LA LINEA NEL DESERTO DI MAX CALDERAN

LA LINEA NEL DESERTO DI MAX CALDERAN

La linea nel deserto” è il libro sulla storia di Max Calderan, l’esploratore che ha attraversato per primo il RUB’ AL-KHALI, il deserto di sabbia più grande del mondo e l’ultima frontiera inesplorata della terra prima del suo passaggio. Si tratta di un’esplorazione storica che porterà a modificare le carte geografiche aggiungendo il percorso tracciato ormai conosciuto come Calderan Line.

Edito da Gribaudo e scritto a quattro mani con Simona Recanatini, “La linea nel deserto” narra la storia di Max: un bambino sogna di andare su Marte e quarant’anni dopo, ormai uomo, attraversa per primo a piedi, in solitaria, i 1.100 km del Rub’Al-Khali, il deserto di sabbia più grande al mondo che al suo interno può contenere Francia, Belgio e Paesi Bassi tutti insieme. I beduini lo chiamano il Quarto Vuoto, una lingua di sabbia talmente imponente da essere battezzata la “quarta parte” dopo terra, cielo e mare. 

Max Calderan nel libro racconta la sua vita, l’amore per la famiglia, i successi e i fallimenti, le grandi imprese, la passione per la scienza e per la natura. Ma anche il suo metodo di allenamento e quello per mantenersi in perfetta salute, la psicologia e il mindset che lo hanno portato a compiere un’impresa epocale. Le 192 pagine racchiudono la storia dell’esploratore e la sua voglia di non mollare mai, di fare un passo in più anche quando tutto ti invita ad arrenderti.

“Pazienza, in arabo (sabr), è la parola magica che ho appreso e sviluppato negli anni stando a stretto contatto con i beduini  afferma l’autore Max Calderan . Una sura del Corano mette in evidenza che l’uomo è sempre in perdita nei confronti del tempo. Tranne in due situazioni. La prima: il tempo smette di correre quando gli uomini, tra di loro, si fermano per raccomandarsi vicendevolmente il bene, l’amore, la salute, la felicità (non i soldi). In questo caso, il tempo si ferma insieme a loro. La seconda, riferita alla sabr, si verifica quando gli uomini si fermano e nello stesso momento si raccomandano vicendevolmente la pazienza, ovvero il saper aspettare il tutto quanto arrivi. Perché quando ci sono le premesse legate alla salute, alla felicità e all’amore, ecco che la pazienza ci darà quello che desideriamo. Qualsiasi cosa si faccia per altri motivi che non sono questi ci renderà perdenti a vita, indipendentemente da quanto materialmente si è accumulato. Non posso non pensare al fatto che ho aspettato 46 anni prima di poter affrontare l’Empty Quarter”.

MAX CALDERAN  è di origini venete, è un’atleta poliedrico, profondo conoscitore del Medio Oriente. L’esploratore, conosciuto come “Mahdi” dai beduini, detiene oggi quattordici prime mondiali di esplorazione desertica, tra le quali spicca l’attraversamento per 90 ore consecutive senza fermarsi in Oman lungo la linea del tropico del Cancro e i 360 km in 75 ore, percorsi in estate in Arabia Saudita. 

Nel 2014 Al Jazeera ha prodotto il documentario “Figlio del Deserto” sulle sue imprese. 

Il 2 febbraio 2020 entra nella leggenda delle esplorazioni attraversando in solitaria i 1.100 km del deserto di sabbia più grande al mondo: il Quarto Vuoto, il Rub’Al-Khali in Arabia Saudita, l’ultima frontiera inesplorata della Terra.

 

UN’ESTATE IN ALPEGGIO: ANNIBALE SALSA RACCONTA L’AMORE PER LA MONTAGNA

UN’ESTATE IN ALPEGGIO: ANNIBALE SALSA RACCONTA L’AMORE PER LA MONTAGNA

Se siete tra quelle persone che preferiscono la montagna al mare, che di fronte alla calura estiva sceglieranno sempre il fresco assicurato delle cime dei monti, è arrivato il libro che fa per voi: si tratta di Un’estate in alpeggio, di Annibale Salsa, edito da Ponte alle Grazie, in libreria dal 27 maggio 2021.

I non esperti si chiederanno anzitutto cosa sia, di preciso, l’alpeggio. Tecnicamente, è l’esercizio del pascolo in montagna nel periodo estivo, da fine maggio a metà settembre; nelle parole dell’autore, è “uno spazio ristretto nel tempo breve di un’estate, ma uno spazio vastissimo nell’inanellarsi degli anni, e uno spazio immenso se misurato seguendo le tracce lasciate dal filo rosso della memoria”.

Annibale Salsa è solo un bambino quando parte per “là dove nascono le Alpi, al confine tra Piemonte e Liguria”, munito solo di “un piccolo zaino, otto mucche e l’idea che raggiungere la montagna avrebbe significato conquistare il mondo”. Per lui la montagna ha la forma di un alpeggio e si chiama Conca del Prel; ed è qui che Annibale trascorre la prima di tante estati insieme ai malgari, accompagnato dai ritmi sempre uguali della mungitura e del pascolo delle bovine. Qui impara come nascono i formaggi da cui le vallate e le montagne prendono il nome, e prova paure ancestrali, in particolar modo quella del temporale. Ma soprattutto, qui nasce il legame con un mondo che diventerà il centro della sua vita e della sua professione di antropologo.

Il libro è diviso in tre parti: Partenza, Alpeggio e Ritorno. In conclusione troviamo un fondamentale Glossario che spiega tutti i termini tecnici incontrati nel testo; la prefazione è dello scrittore Marco Albino Ferrari.

Un’estate in alpeggio è un inno a una realtà per molti ancora sconosciuta, una vera e propria miniera di informazioni su tutto ciò che riguarda il mondo dell’alpeggio, ma è prima di tutto l’emozionante racconto di un viaggio. Il viaggio di un bambino che ha imparato a conoscere la nostalgia allontanandosi per la prima volta dai monti tanto amati, ma che da allora non si è più fermato. “In un certo senso, non sono mai tornato dalla Conca del Prel”, scrive l’autore.

Annibale Salsa è nato a Lavagnola, nell’entroterra di Savona di fronte al Mar Ligure, in una famiglia che ha consumato l’intera esistenza sui monti. E proprio per questo è diventato il più importante antropologo alpino italiano; ha insegnato Antropologia filosofica e Antropologia culturale all’Università di Padova, è stato Presidente del Club Alpino Italiano e del Gruppo di Lavoro “Popolazione e cultura” della Convenzione delle Alpi. Attualmente è Presidente della Scuola per il Governo del Territorio e del Paesaggio di Trento.

Eugenia Dal Bello

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UN VIAGGIO NEL TEMPO CON PAOLO VALENTI

UN VIAGGIO NEL TEMPO CON PAOLO VALENTI

Cosa manca in periodo di costrizioni pandemiche? Viaggiare! Anche il solo desiderare o immaginare un viaggio, organizzarlo, programmarlo sembra esercizio lontano e complicato. Chi per lavoro, in questi mesi ha comunque potuto o dovuto muoversi sa quante difficoltà, regole, vincoli e limitazioni ha dovuto affrontare per trovarsi poi a cercare gratificazione nelle piccole differenze dei contenimenti imposti. Ma il “viaggio” quello che fino a poco più di un anno fa potevamo organizzare senza tante complicazioni nel giro di una mezz’ora davanti al computer, quello che ci prometteva libertà, curiosità e sorprese, quello ce lo sogniamo. Leggendo Da Parigi a Londra, storia e storie degli Europei di calcio di Paolo Valenti, invece torniamo a viaggiare, anche nel tempo, seguendo la cadenza quadriennale di un torneo, gli Europei per nazioni, che non avrà l’aura del mondiale, ma che accompagna i ricordi di tutti gli appassionati dello sport più amato dagli italiani.

La bravura di Paolo Valenti è stata proprio quella d’inquadrare il periodo in cui si sono svolte le gare nel contesto storico dell’epoca stimolando così il ricordo dell’evoluzione avvenuta nel calcio e, in particolar modo, nella società di tutto il continente. Così, i vari capitoli di Da Parigi a Londra ci portano dall’Europa bloccata e divisa del 1960, quando proprio l’Unione Sovietica trionfava esaltando il blocco anticapitalista, fino all’ultimo successo del Portogallo nel 2016, primo trionfo del movimento lusitano non ricchissimo ma con il calciatore più famoso e “capitalista”. Un viaggio da oriente a occidente del vecchio continente, un viaggio nella storia, dai blocchi alla caduta del muro, dalla guerra jugoslava al trattato di Schengen, una storia di campioni, da Lev Jasin a Cristiano Ronaldo, un viaggio da nord a sud con le favole di Danimarca e Grecia. Dall’atmosfera rivoluzionaria del 1968 fino al terrorismo di matrice islamica passando per gli anni di piombo, ogni edizione viene inserita nell’ambito socio-culturale al quale appartiene con riferimenti che vanno poi a sfociare negli eventi del torneo.

Risultati, statistiche, tattiche, resoconto delle finali, le particolari evidenze specifiche di ogni torneo arricchiscono le pagine. Ma a esaltare i ricordi contribuiscono curiosità, aneddoti e retroscena capaci di catturare l’attenzione degli amanti del calcio: dalla storia della monetina che aprì le porte della finale del 1968 all’Italia al “cucchiaio” di Totti, dalle magie di Platini al pullman nel quale gli azzurri allenati da Zoff si rilassavano vedendo “Febbre da cavallo”. Dettagli che, in molti casi, vengono raccontati proprio dai diretti protagonisti scesi in campo per difendere la maglia azzurra.

L’extended play con le “voci” dei giocatori restituisce il sapore di quei momenti in maniera dinamica e coinvolgente. Ci sono le interviste inedite a Dino Zoff, Marco TardelliFranco Baresi, Gigi CasiraghiRuggiero Rizzitelli e altri. E quella a Michel Platini, ricostruita raccogliendo varie dichiarazioni rilasciate in passato dal protagonista principale degli Europei del 1984 in merito allo svolgimento della competizione.

Scoprirete così il primo gol del campionato europeo di calcio.  Chi era il giocatore più forte della Nazionale1968 secondo Zoff. Chi rese famoso il rigore a cucchiaio prima ancora di Francesco Totti. A quale concerto assistettero i giocatori olandesi prima di disputare la finale contro l’Unione Sovietica nel 1988. E un aneddoto non conosciuto della spedizione rassazzurra 2008 raccontato da Amelia che conclude dicendo: “… Quando si andava in aeroporto, dopo le partite, ci si riuniva in cerchio e si cantava. Cantavamo l’inno di Mameli. L’inno d’Italia”.

“Da Parigi a Londra, storia e storie degli europei di calcio” è edito da Ultra Edizioni, con la prefazione scritta da Stefano Meloccaro, giornalista di Sky Sport e voce di Radio Capital.

Paolo Valenti è un giornalista, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che ama raccontare e praticare. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo in trasmissioni radiofoniche e televisive. Nel 2018 ha pubbli­cato con Ultra “Ci vorrebbe un Mondiale”. 

Fabio Conte

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MARCO MUSSO, “VENGO DAL MARE” E IL SORRISO DEGLI INVISIBILI

MARCO MUSSO, “VENGO DAL MARE” E IL SORRISO DEGLI INVISIBILI

Vengo dal mare”, edito da Vertigo nel 2019, è il racconto di Saeed un bimbo di solo 6 anni costretto a lasciare la sua terra per affrontare, insieme alla sua famiglia, un viaggio della speranza verso la libertà. Partire, abbandonare la propria casa di notte. “Perché?” chiede Saeed. “La nostra storia qui è scritta. Non c’è più spazio per noi. Domani, insieme ai nostri vicini, saliremo su un camion che ci porterà verso la libertà, dove nessuno partirà più, dove uscendo io saprò di poter tornare sereno senza la preoccupazione di non trovarvi più”.

L’autore è Marco Musso e “Vengo dal mare” è il suo primo libro: 54 pagine che si leggono tutte d’un fiato. Un viaggio nelle emozioni, nei sentimenti, nella drammaticità della vita e della morte, dove nulla è dato per scontato e nulla di quello che possiedi è tuo per davvero.

Nella postfazione ci racconti che fai il volontario presso VoCi Onlus, un’associazione di volontari che svolge un servizio di assistenza ai senza tetto di Milano. Nei tuoi viaggi serali incontri persone che hanno avuto una vita difficile, li definisci i “trasparenti”, uomini e donne che davanti a un the caldo e a un sorriso si aprono e raccontano il loro vissuto. Uno di loro è ZAC, un ragazzo proveniente dal Marocco, scappato da un insopportabile dolore famigliare. Quanto di quel ragazzo marocchino troviamo nel piccolo Saeed?

Saeed è nato da una mia personale proiezione di quanto io ho vissuto e di quanto il mio animo si è messo a confronto con persone come ZAC. Sono pochi i riferimenti concreti, ma sono tanti quelli emotivi. ZAC si è commosso e ha pianto quando gli ho letto la poesia che gli avevo dedicato. ZAC si faceva trovare sempre al solito punto con un mazzo di fiori o una piantina da regalare alle volontarie che insieme a me gli portavano sorrisi e calore umano. Viveva sempre nella stessa piazza di Milano, rannicchiato nel suo sacco a pelo sotto la pensilina di una scuola o in mezzo ai cespugli, nelle aiole, era conosciuto da tutti i ragazzi della scuola e ignorato da tutti gli adulti della zona, e malgrado ciò riusciva sempre a sfoderare un sorriso immenso al nostro arrivo, sorriso che molti di noi perdono per molto meno. Ho scelto il nome Saeed perché nella lingua del suo paese significa Felice.

Il 22 aprile 2021 l’ennesima strage nel Mediterraneo, decine e decine di morti che galleggiano in mare, tragedia vissuta anche da Saeed durante il suo viaggio, tragedie che passano davanti i nostri occhi nell’indifferenza. Perché permettiamo che accada?

Una domanda quasi mistica. Una domanda che non può avere una risposta semplice come semplice non è la soluzione del problema. La storia insegna che l’essere umano, per la sua sopravvivenza, migra in cerca di condizioni migliori. Ho voluto inserire nel viaggio di Saeed un pezzo di storia dei nostri tempi. La consapevolezza che vi sono persone in fuga da tragedie o carestie, che per disperazione lasciano quel poco che hanno per aggrapparsi all’unico valore che gli rimane, la speranza. La speranza che nella vita ti porta a salvarti, o almeno a cercare di farlo. Tragedie che a mio avviso non dovrebbero accadere o almeno essere permesse. Tragedie che nella loro moltitudine diventano ormai notizia ripetitiva da telegiornale. Io credo che il mondo occidentale si stia assopendo, stia silenziando come una funzione da cellulare la propria anima per egoismo o paura. Ogni volta che esco in servizio con VoCi tocco la realtà con mano, non vorrei mai finire il turno nell’idea di poter salvare ancora qualcuno e mi rendo conto che la distanza dalla realtà porta ad assopirsi. Da casa, filtrati da tv e smartphone, viviamo ogni situazione come distante, forse irreale, forse anche manipolata. C’è chi lo fa per la comodità di avere una scusa per non agire, e ci sono quelli che nella saturazione di notizie contrastanti iniziano a non crederci più. Eppure appena usciamo di casa incontriamo persone in gravi difficoltà, come mi è capitato ieri: un senzatetto di circa 60 anni, scalzo, con i piedi gonfi; l’alcol lo accompagna come la coperta di Linus e lo assopisce dalla realtà che vive, o forse lo assopisce dalla consapevolezza di essere trasparente agli altri. Cambiamo il nostro modo di agire! Forse si dovrebbero obbligare i giovani non tanto alla guerra come avveniva col servizio militare, ma alla socialità, allo svolgere mansioni che portino in primo piano il cuore. Perché quando guardo i senzatetto, dentro quegli occhi a volte timidi, a volte diffidenti, ci vedo il vero mondo reale.

Per tornare alla domanda specifica, mi viene da rispondere di getto. Nel mondo i Paesi ricchi hanno sempre campato su quelli poveri. La ricchezza esiste perché esiste la povertà, un po’ come nella fotografia, in cui noi riusciamo a distinguere la presenza della luce grazie alla presenza dell’ombra, il buono c’è perché esiste il cattivo. Le banche esistono e fanno profitti perché ci sono poveri che hanno bisogno di prestiti. In questo perenne equilibrio, o disequilibrio, le persone tendono a chiudersi in sé, a cercare di difendere il proprio “orticello”, la propria presunta serenità senza rendersi conto che su quei barconi, aggrappati alla speranza in mari in tempesta un giorno potrebbero esserci loro o i loro figli. Ogni giorno ci alteriamo se ci viene limitata la libertà di un aperitivo, e poi ci giriamo dall’altra parte davanti alla realtà di chi scappa alla ricerca di sopravvivenza per sé o per i propri figli.

Leggendo il libro si incontrano tante metafore. “La sensazione di sentirsi nudi anche se vestiti” rappresenta lo stato d’animo più intimo del piccolo Saeed in fila sul pontile con una coperta sulle spalle. Nonostante le tante attenzioni dei soccorsi è questa la sensazione che vivono i migranti?

Credo che ogni persona abbia un proprio modo di approcciarsi alla vita e agli altri. Ognuno possiede una caratteristica. Quando ho descritto la sensazione di Saeed ho voluto descrivere l’emozione che provo davanti alle avversità della vita. Ho provato a visualizzare la “temperatura emotiva” che trovo quando entro in relazione con quelle persone che osteggiano la vita, l’amore, la relazione, il contatto che genera scambio.

Se pensiamo alla Natura, che forse è il più nobile esempio di Vita, ritroviamo un mutuo scambio di stati fisici e reazioni. Ogni relazione esiste perché sussiste lo scambio che genera trasformazione. Solo gli esseri umani, per paura, ostacolano i cambiamenti fino al punto in cui, come accade per un torrente che forzatamente si cerca di arginare, si creano reazioni abnormi.

Marco Musso

Nasce a Bellano e fin da piccolo si avvicina al mondo della comunicazione, con la telecamera realizza originali videoclip e cortometraggi a tema. Nel 1996 realizza il cortometraggio “El Me Milan”, un documentario che racconta la città dal punto di vista di un c, ricevendo critiche positive nei principali festival. I riconoscimenti negli short movie riempiranno negli anni la sua carriera professionale. Si appassiona alla fotografia e realizza “Emotion”, un libro fotografico con sue poesie. Ha così inizio la stagione editoriale con il suo primo libro di poesie e riflessioni dal titolo “Lacrime dal cielo”, a diffusione nazionale attraverso le librerie Feltrinelli. La produzione editoriale continua con “Il mio testamento emotivo”, “M.E. My Emotions” e “Crescerò Domani”, tre libri ricchi di riflessioni e poesie intime su temi di attualità. “Sotto una coperta di brividi” è in ordine di tempo l’ultima raccolta di poesie, un progetto inedito e multimediale, anticipato da un trailer e da un canale di Youtube dove legge alcune sue poesie.

Stefano Rovelli

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GIOVANI E FUTURO. INTERVISTA ALL’AUTRICE DI “ORGOGLIO E SENTIMENTO”

GIOVANI E FUTURO. INTERVISTA ALL’AUTRICE DI “ORGOGLIO E SENTIMENTO”

Orgoglio e Sentimento”, edito da Armando Editore, è stato proposto al Premio Strega 2021.

L’autrice? Benedetta Cosmi, classe 1983, giornalista, e saggista che si è occupata di pianificazione strategica a Milano, dove risiede e vive.

Un viaggio sul Frecciarossa è un po’ la metafora della vita, che scorre veloce. Si è esposti a incontri e cambiamenti inattesi, ai ritardi e alle mancate coincidenze che stravolgono il percorso. Benedetta Cosmi racconta le vicende di quattro amici in viaggio, ponendo all’ascolto un anziano giornalista in pensione che ha considerato la propria generazione con sguardo critico. Un racconto che non segue il cliché del romanzo. È l’analisi socio-politica della generazione fra i trenta e i quarant’anni alle prese con le problematiche attuali e la pandemia. I racconti di Sonia, Giannenrico, Adriana e Olimpia toccheranno temi d’attualità: l’amicizia, i compagni di scuola, l’amore, i sacrifici, la ricerca di occupazione, la salute, il benessere non soltanto materiale, i mutamenti sociali e culturali.

Parli dell’amore fra Sonia e Fabio Almanacco, uno scrittore engagé, “impegnato”, un personaggio del romanzo cui dai anche vita sui social, con un profilo attivo su Twitter. Fabio ama le donne che vogliono cambiare il mondo. Hai creato un personaggio che ama quindi la sua autrice. Sei consapevole di essere una donna nata per cambiare il mondo?

 Un personaggio che, forse, amerebbela sua autrice. Quelle sono le donne che amerei io, così come gli uomini che amerei io sono quelli interessati a cambiare il mondo, quindi impegnati. Sonia e Fabio rispecchiano entrambi due pezzi di me.

Alcuni lettori hanno aperto dei profili social su Twitter, in particolare di Cesare, il giornalista, e c’è anche questo gioco letterario. E poi recentemente sono stati aperti pure quelli di Sonia e di Fabio. Sonia è una dei quattro ragazzi del treno. Sonia il suo contributo lo dà, ed è simile al mio. Fabio Almanacco è uno scrittore, e per certi versi ha il mio stile, condivide le battaglie di Sonia, anche se da schieramenti politici diversi: è un militante della FIOM (Federazione Impiegati Operai Metallurgici) e si sono incontrati davanti ai cancelli dell’INSSE, una battaglia che mi ha colpita tantissimo.

Citi Kant con la frase: “Abbiamo sempre bisogno di tre cose semplici nella nostra vita. Qualcosa da fare, qualcuno da amare, qualcosa in cui sperare”. Il tuo qualcosa da fare è chiaro, con la firma di sette libri, l’impegno sui diritti umani sociali ed economici, l’impegno politico; il tuo qualcuno da amare è tua figlia, la piccola Lisa, ma cosa è il tuo qualcosa in cui sperare?

Qualcosa in cui sperare va di pari passo con l’idea di ciò che vogliamo, e quindi sperare di cambiare, sperare di realizzarlo, di averne il coraggio. Certo, quando scompare la speranza si spegne una città, un Paese, una generazione, un’epoca. Quindi è fondamentale avere sempre qualcosa in cui sperare. Io spero di saper fare la mia parte, con la mia scrittura, con il mio impegno, ma anche con la determinazione: su questo devo lavorarci un po’ di più, perché sperare di cambiare le cose presuppone a volte anche il non accontentarsi del già fatto. Il “si è sempre fatto così” può essere fallibile. Io aggiungo sempre “prima di me”, cioè: si è sempre fatto così prima di me. Ecco in cosa sperare: di essere tutti noi apripista negli ambiti che amiamo.

 

Milano è nel tuo cuore. Viene descritta, non solo come una bella fotografia da guardare, ma come una pellicola cinematografica con una storia fatta di uomini che hanno lottato per i diritti sul lavoro. Forse l’ultimo luogo deputato a essere frutto di scambi culturali, “siamo diventati discontinui in qualsiasi cosa della nostra vita”, e “siamo tutti troppo isolati per essere maestri per qualcuno”, inoltre la pandemia ha accentuato questo nostro isolamento. La generazione futura dovrà affrontare un periodo economico disastroso senza “maestri” a cui fare riferimento?

I maestri siamo noi, direi così. C’è stato un bellissimo titolo: “La storia siamo noi”; adesso è il tempo di maestri siamo noi. Anche perché con l’idea che sempre qualcun altro debba esserlo abbiamo creato, accettato e lasciato un vuoto. Credo che ci sia stata una fetta gigante di generazione di 50, 60 e 70 enni che non sono mai diventati maestri per nessuno. Forse perché hanno vissuto quell’epoca in cui ci si contrapponeva all’adulto, e quindi sono rimasti troppo sessantottini, credendo di essere ancora quella generazione che scendeva in piazza. Hanno privato così i più giovani di un percorso costruttivo. Si cresce in due modi: per consegna degli ancoraggi valoriali da parte di un maestro, oppure quando c’è il conflitto, il contrasto, quello a cui contrapporsi. Questo la nuova generazione non l’ha avuto: il giovane contro l’adulto non è di questa epoca, perché oggi manca l’adulto.

 

Hai sempre auspicato la diffusione della cultura. Con biblioteche come luoghi fruibili di giorno e di notte. E poi l’idea del progetto Book in Bike: il delivery della cultura. La “cultura non come ‘evento per l’estate’, ma come base della società per capire e affrontare la quotidianità”. La cultura sarà l’unica strada per il futuro?

La cultura non è solo passato, la cultura è anche presente e sicuramente è anche futuro. È futuro perché crea indotto economico e crea aggregazione. A me, per esempio, mancano tantissimo le correnti culturali, artistiche, letterarie del passato che hanno reso frizzante il loro periodo. Noi, invece, abbiamo talk e talent show in abbondanza. In questo percorso, dalle correnti artistiche letterarie ai talent show, forse ci siamo persi un pezzo di cultura.

 

Spesso i giovani, pur con laurea e master, sono spinti verso una marginalizzazione sociale dovuta alla disoccupazione, alla precarietà del lavoro, e hanno difficoltà anche nella formazione di una propria famiglia. Il rapporto giovani del 2008 indicava un milione e 900 mila persone giovani che non studiavano e non lavoravano; oggi il Corriere intitola: “Neet, all’Italia il record in Europa: 2 milioni di giovani non studiano e non lavorano”. Creiamo acronimi ma non lavorano, sembra proprio che non sia cambiato nulla?

Coloro che non studiano e non lavorano sono i protagonisti delle pagine di chiusura del mio libro “Non siamo figli controfigure”presentato nell’aprile 2010, con l’allora assessora alla cultura Mariolina Moioli, durante l’evento dal titolo “Costruire insieme il palinsesto sociale della nostra città”. Palinsesto, un termine preso in prestito dal mondo televisivo che si riferisce alla completa programmazione delle trasmissioni, mi piaceva per quel suo essere a copertura totale, mentre la tv di una volta a un certo punto interrompeva la messa in onda.

Oggi arrivano i Neet, coloro che né studiano e né lavorano, o studiano a modo loro, perché hanno internet, hanno incontri e lavorano anche a modo loro, magari fanno volontariato, e magari provano nella loro stanzetta a creare una startup. Però a noi adulti manca il crederci. È difficile che il denaro venga investito su un’idea e che quindi poi possa diventare concept e poi realtà. È più facile restare passivi e sperare nel colpo di fortuna che risolva tutto, nella vincita alla lotteria. Lo si è visto persino durante il Covid, con gli scontrini. 

 

“Orgoglio e Sentimento” è una fiction del 2020, che lascerà ai posteri la descrizione di questa generazione di giovani. L’orgoglio di una generazione, di un Paese che vuole riscattarsi, e il sentimento di un Presidente della Repubblica donna nel prossimo futuro.

Stefano Rovelli

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L’ALFABETO CELESTE: UN LIBRO PER PARLARE AI BAMBINI DELL’ALDILÀ

L’ALFABETO CELESTE: UN LIBRO PER PARLARE AI BAMBINI DELL’ALDILÀ

Alta, bionda, seriosa ma non troppo, sempre gentile e sorridente, lei è Monica Assanta, giornalista specializzata nell’ambito medico scientifico che, dopo la laurea in Scienze Politiche, si dedica alla didattica sia in ambito scolastico che per aziende. “Sono cattolica e studio anche le altre religioni. Fin da giovanissima mi interesso di spiritualità, così partecipo a corsi e seminari, in Italia e all’estero… Durante la docenza nelle scuole inizio a percepire quanto i bambini siano curiosi di sapere del mondo spirituale. Ho raccolto le loro domande e, in collegamento con la mia guida spirituale, ho risposto a molte di esse”, spiega Monica Assanta.

Bambini che vivono in famiglie religiose, atee, agnostiche e che con purezza chiedono concetti concreti. Dove ero prima di nascere? Dove vanno i nonni quando si addormentano? Ma lo fanno per sempre o si risvegliano? Com’è il paradiso? Dove si va quando si muore? Il mio cane è in paradiso? Gli angeli esistono? Dio che faccia ha?

“L’Alfabeto Celeste: a scuola con gli angeli e un maestro speciale” è nato per rispondere alla loro esigenza di sapere.

Nel libro si racconta di Anna, una bambina di 7 anni in grado di ‘sentire le vibrazioni provenienti da altri mondi. Un giorno, mentre giocava con il vecchio baule della nonna Adele, scorse un abecedario con la copertina scolorita. Capì subito di essersi imbattuta in qualcosa di speciale leggere.

A…. COME ANGELI, AMORE E ARCOBALENO

Gli Angeli esistono? Ma hanno le ali? Come si manifestano? E l’Arcobaleno è il ponte per arrivare al Cielo?

E lì trovò scritte le risposte a quelle domande che poneva alla mamma senza ottenere risposte esaurienti.

Il piccolo volume, con un linguaggio molto semplice, procedendo in ordine alfabetico dalla A alla Z, tratta temi riguardanti il mondo dello spirito. È corredato da disegni a colori realizzati dai bambini e da quelli in bianco e nero, pensati dall’artista Fiorella Zoppi su ispirazione medianica. “Il libro non vuole imporre qualcosa, ma aiuta i piccoli a ottenere risposte sulla vita spirituale per permettergli di viverla in pienezza”, afferma l’autrice.

È possibile ordinare il libro tramite il sito dell’editore Fabiano Gruppo Editoriale (e-mail: ordini@fgeditore.it) oppure nelle librerie online. Costa € 10 e l’intero ricavato sarà destinato in beneficienza a due Onlus: Ridolina e FenomenAle.

 

 

L’Associazione Ridolina nasce dalla decennale esperienza dei clown-dottori e dei volontari del sorriso nella realtà toscana. È un’associazione senza scopo di lucro, la cui attività trova ragione e ispirazione nella “terapia del sorriso”. Tale disciplina, anche se di recente acquisizione, gode ormai di riconosciuti crediti scientifici e in virtù dei risultati raggiunti è oggetto di una costante e progressiva diffusione. La sua principale finalità è quella di umanizzare la degenza nei reparti ospedalieri, con primaria attenzione ai bambini ricoverati nei reparti pediatrici e oncoematologici. I clown-dottori portano il loro sorriso dal 2001.

L’Associazione FenomenAle, è stata fondata dai genitori di Alessandro Cecchi, dopo la morte prematura del noto pasticciere viareggino deceduto giovanissimo in un tragico incidente stradale, per ricordarne la memoria tramite numerose iniziative a scopo sociale.

EMME22

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