UN’ICONA DEL CALCIO, EMOZIONI E RICORDI

UN’ICONA DEL CALCIO, EMOZIONI E RICORDI

La scomparsa di Paolo Rossi ha colpito gli italiani già provati da un anno infausto. La notizia, arrivata qualche giorno dopo l’addio a Maradona, non ha innescato solo un cordoglio calcistico, come per l’argentino, ma una commozione generale, della gente comune, anche di chi non seguiva il calcio. Chiunque non sia un millennial ha visto riaffiorare le emozioni che il Pablito nazionale scatenò nell’estate del un’icona del calcio; in tanti sono tornati a ricordare quegli anni.

Siamo nei mitici anni ’80 che lentamente si liberano delle tensioni terroristiche del precedente decennio, anni in cui si vogliono dimenticare le inquietudini politiche e si prende la vita con maggior leggerezza. Non lo sapevamo ma eravamo più ricchi, più liberi, più felici. E la vittoria del mondiale spagnolo, inaspettata e imprevista, segna la fine dei cupi anni ’70. Scatena una gioia irrefrenabile, la prima grande festa collettiva e aggregante, cancellando sinistra e destra, borghesi e proletari, politici e contestatori. Tutti sul carro dei vincitori, anzi su carri, carrette, macchine e motorini strombazzanti con tricolori di ogni foggia e materiale, urlando e cantando per paesi e città.

Un carro, quello azzurro, prima dei mondiali non sostenuto da gran parte della stampa sportiva che contestava al c.t. Enzo Bearzot la cocciuta scelta di portare in Spagna e schierare proprio Paolo Rossi, reduce da alcuni mesi di squalifica dopo un dubbio verdetto nel primo processo sul calcioscommesse. Ma la nazionale si compatta e pensa solo a giocare, mandando un unico rappresentante a parlare con la stampa, il capitano Dino Zoff, da sempre parco di parole.

Una buona squadra quella italiana, con giocatori che avremmo imparato a chiamare campioni e con un grande catalizzatore, l’eroe di quel mondiale: Paolo Rossi che, nella partita impossibile contro un Brasile stellare e danzante, inizia a segnare, ben tre gol, e si ferma solo in finale con la Germania, regalando di fatto l’unità al paese con la prima vera vittoria dell’Italia. Ecco perché Paolo Rossi non è solo un calciatore, ma un’icona, un dolce ricordo per chi abbia attraversato quegli anni.  Uno scricciolo di atleta con un sorriso più grande delle spalle, con la genuinità di un ragazzo qualunque. Non era di Prato, di Vicenza o di Perugia, non era juventino o milanista, Paolo Rossi era un ragazzo come noi, come cantava Venditti, solo un ragazzo italiano che giocava a pallone, con le ginocchia rotte ma rapido come un fulmine, detto “Pablito”.

La commozione all’inaspettata notizia della dipartita di Paolo Rossi ha innescato così, in coloro che hanno memoria di quei giorni, le emozioni e i ricordi di un mondo che non c’è più, di un’Italia, di una vita, di una semplicità perdute, uccise dalla tecnologia e dall’economia, affossate dal Covid. Come una novella “madele ine” con la sua scomparsa ha riportato alla vita la memoria di quei giorni, proprio quei giorni dei tre gol al Brasile, delle vittorie su Argentina e Polonia, siamo ritornati esattamente a quell’11 luglio 1982, con le persone presenti allora con noi, riabbracciandole e ribaciandole come in un sogno. Salutandoci, Pablito, ha fatto tornare emozioni dimenticate e, rammentandole, siamo stati ancor più tristi perché ci siamo accorti di quanto fosse bella quella vita, vissuta con innocenza e speranza. Alla fine, però, ci è scappato un sorriso, come uno dei suoi, ricordando che quando in giro per il mondo qualcuno ti riconosceva come italiano, gridava: “Paolo Rossi, Paolo Rossi!”

Fabio Conte

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ADDIO AL GRANDE MARADONA

ADDIO AL GRANDE MARADONA

Quando tutto lo stadio si aspettava l’urlo d’inizio dell’Haka, la danza rituale neozelandese, Sam Cane, il capitano degli All Black, nel silenzio totale che solo il pubblico del rugby sa rispettare, si è diretto a centro campo e, di fronte alla squadra dei Pumas argentini abbracciati, ha deposto a centrocampo la maglia nera col numero 10 e con il nome di Maradona. Questo testimonia una volta di più la trasversalità di emozioni che la scomparsa del “pibe de oro” ha lasciato in tutto il mondo del calcio e dello sport.

Se ha colpito la sensibilità di una nazione come la Nuova Zelanda, dove un pallone è sempre ovale, ancor più la scomparsa di Diego Armando Maradona ha scosso e turbato il suo paese natale, l’Argentina, e la sua patria acquisita Napoli.

Maradona ha raggiunto la sua massima fama, anche nella nazionale argentina, quando viveva e giocava in Italia, quando tutti guardavano alla Serie A come al più importante campionato d’Europa. Chi ha potuto vederlo dal vivo, com’è capitato a me, ricorda la magia delle movenze, le giocate inaspettate e geniali, mai fini a se stesse ma funzionali ai compagni e alla partita. Certo, memorabili sono rimasti palleggi funambolici, gol impossibili, ma quel che risulta nei racconti e nell’emozione di tutti è un uomo generoso e altruista, che non si è mai lamentato in campo per i colpi subiti. Giocava, e rispettava gli avversari.

In questi giorni, compagni, avversari, allenatori e giornalisti hanno fatto a gara per raccontare aneddoti, storie, episodi che descrivono il più forte giocatore del mondo, uguale a Pelé o meglio ‘e Pelè, come una persona sensibile, umile e disinteressata. Più di un ex compagno ha rammentato come si fosse posto quale latore di rivendicazioni salariali presso i dirigenti, o come ricordasse qualche giovane riserva con cui aveva giocato solo un paio di volte, incontrandola a distanza di anni. Maradona si è sempre scontrato con i vertici della Fifa e dell’Uefa, cosa che non ha certo guadagnato favori arbitrali all’Argentina, in particolar modo nella finale dei mondiali italiani del ’90 contro la Germania, decisa da un rigore dubbio, o in occasione della squalifica per doping negli U.S.A. nel ’94.

Iconica per tutti i tifosi rimane la vittoria del Mondiale del ’86 in Messico con i mitici quarti di finale contro l’Inghilterra, dove Maradona prima segnò grazie all’astuta e ribalda “mano de dios”, e tre minuti dopo confezionò “il gol del secolo”  con un’azione che saltò mezza squadra inglese.

Maradona era napoletano nei modi, nel carattere, e anche nell’aspetto da scugnizzo tutto anema e core.  Nel bene e nel male. Non si può scindere Diego da Maradona, la persona dal personaggio, l’uomo dal campione, la squadra dalla città. Si conoscono debolezze e vizi, peccati e colpe di Diego, che da umilissimi natali, grazie a un dono incredibile e a un fisico robusto ed elastico, è diventato Maradona, il più grande calciatore del mondo. L’emozione che pervade Napoli in questi giorni, viva, palpabile, è la conseguenza del lutto di chi ha perso un figlio.

Fabio Conte

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IL PROCURATORE AMICO

IL PROCURATORE AMICO

Giuseppe Piraino, per tutti Peppe, classe 1979, nasce a Palermo: giovanili in rosanero e diverse esperienze in serie minori. Centrocampista, a 27 anni, per un problema fisico abbandona il calcio giocato. Oggi è un procuratore sportivo ed è un piacere parlare di calcio con lui. È interessante perché si percepisce la passione che lo muove e che gli ha fatto scegliere un lavoro dove il calcio è la quotidianità e la sua attività è il fulcro di chi col pallone ci vuol vivere. Diventare procuratore per Peppe è stata una scelta dettata un po’ dal caso. “Volevo fare l’allenatore però, alla fine del corso, il giorno prima della prova pratica, giocando con gli amici mi sono procurato uno stiramento del polpaccio – ricorda Piraino –. Ma al test attitudinale mi sono presentato ugualmente, con le stampelle, anche se, ovviamente non ho potuto sostenere la prova: volevo dimostrare che non era mia intenzione scappare. Il destino poi mi ha portato tre mesi dopo a tentare il primo esame per diventare procuratore”. Una volta imboccata la via, Peppe l’ha seguita con determinazione e tenacia conseguendo l’autorizzazione già nel 2013. Ben prima, quindi, della giungla regolamentare del triennio 2015/18 quando era consentito intraprendere la professione senza sostenere esami, il che scatenava confusione e pressapochismo. Dal luglio 2019, per fortuna, per potersi iscrivere nei registri nazionali degli Agenti della FGCI (Federazione Italiana Gioco Calcio) e del CONI si è ritornati a un’attenta valutazione e a una severa abilitazione; si tratta infatti di un mestiere molto ambito ma delicato e di responsabilità.

Il procuratore sportivo, o agente come sarebbe meglio definirlo adesso, è la persona che negozia, per conto degli atleti, i contratti con le società sportive ottenendo, in cambio, una percentuale dell’ingaggio. “In tutta Europa sta assumendo un ruolo determinante nelle trattative di mercato tanto che spesso l’interlocutore per una contrattazione non è più la società di provenienza ma l’agente del giocatore, ed è lui a decidere e gestire la trama dei trasferimenti”, precisa Piraino. Va da sé che i procuratori dei giocatori più famosi, dei top player, sono essi stessi diventati “top manager” gestendo e organizzando a volte trasferimenti di portata pari alla manovra finanziaria di piccoli stati, e guadagnando di conseguenza. Il calcio non è però solo CR7 o Neymar, ma è un sistema che si fonda su un’ampia e solida base di appassionati, gli agenti come Peppe Piraino gestiscono quindi anche la quotidianità di ragazzi che col calcio ci devono vivere. Ed ecco che il ruolo del procuratore diventa quello di psicologo, di confidente, a volte di fratello maggiore. “Mi chiedono consigli sull’auto da acquistare, sulla casa o sul mutuo, o più semplicemente su dove andare a divertirsi per una serata perché, in fondo, spesso sono ragazzi di vent’anni o poco più – racconta Piraino –. Ma capita anche di frenarli nelle uscite se la squadra non va bene. A volte, poi, può servire qualche consiglio sul look. Ovviamente tutti sono sui social, e se arrivano a un buon livello vengono seguiti anche da più social manager, come dei veri Vip”.

Piraino non ha gestito solo giovani promesse, ma anche professionisti come Iturbe, Mandragora o La Gumina, ed è stato protagonista del trasferimento di un top player come Paulo Dybala dal Palermo alla Juventus. L’esperienza che il pur giovane procuratore siciliano può vantare, garantisce ai suoi assistiti di poter ricevere sempre il sostegno e il suggerimento giusto.“Oggi i giocatori mi conoscono grazie al passaparola, mi cercano anche perché sanno che sono sempre molto presente – precisa Piraino –. Per me, il tempo da dedicare a un giocatore di serie A o di serie C è lo stesso anche se, ovviamente, i guadagni sono molto più alti se si seguono le stelle del calcio. Bisogna comunque considerare che nelle serie inferiori ci sono bravi giocatori che aspettano solo l’occasione giusta”. In queste parole traspare la passione che Peppe regala perché sa che, se fatto bene, il suo lavoro può portare al successo, alla fama ma anche a far sì che un buon “pedatore”, come li chiamava Gianni Brera, possa alla fine pagarsi un mutuo e mantenere una famiglia con una professione affascinante ma effimera e incerta come quella del calciatore.

Fabio Conte

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