L’ARTE DI FILIPPO BRAGATT

L’ARTE DI FILIPPO BRAGATT

Emiliano di adozione, creativo, autentico, comunicativo. Lui è Filippo Bragatt, artista famoso per le installazioni e per i grandi ritratti di personaggi famosi. Di recente, un suo bellissimo dipinto nella copertina della rivista Arbiter e “Never Let Your Brain Sit”, l’installazione donata al comune di Santa Margherita Ligure: una panchina rosa, bianca e blu attraversata da un albero. “Quella panchina nasce per dimostrare che la natura si può ribellare: in una panchina su cui ci rilassiamo, leggiamo il giornale, ci baciamo, irrompe un albero. Vuole essere un monito per trovare una convivenza sostenibile”.

Ho conosciuto Bragatt mentre facevo un ordine per i miei negozi in un’azienda di streetwear (Progetto 27) dove Bragatt è consulente creativo. Inizialmente sulle stampe delle t-shirt reinterpretava, e in parte dissacrava, alcuni personaggi storici italiani famosi in tutto il mondo: Dante Alighieri, Garibaldi, Leonardo da Vinci, Giuseppe Verdi. Così i geni diventavano moda e la moda diventava arte. 

La sinergia creata tra l’artista e il fashion brand ha fatto sì, che i capi venissero indossati anche da personaggi dello spettacolo.

Il nostro incontro più recente avviene a Firenze, in un bar. Mi saluta con un gran sorriso e inizia con questa frase la nostra intervista, “Grazie Cristiano per essere qua, vedi ogni storia è un cammino in cui l’emozione più bella è negli inizi, iniziamo questo piccolo viaggio insieme in maniera solare”. Mi colpisce la sua frase, e mi colpisce la storia della sua carriera: un percorso, fatto di scelte, incontri, scontri e fortune, partendo dalla provincia di Milano. Bragatt comincia la sua carriera esibendosi in spettacoli comici in locali di provincia, ma capisce presto che preferisce le arti grafiche, un metodo veloce e diretto per arrivare alle persone.

Mentre parliamo poggia sul tavolo la tazza di caffè, sorride e dice “L’arte salva chi la fa”. E mi spiega, che il bello di fare arte è proprio partire dalle sconfitte e risalire la china.

Un suo sogno? Esporre al Moma di New York. 

Ma quale opera esporrebbe? “Un’idea che riguarda la capacità di sognare, semplice e densa di significato allo stesso tempo: un cassetto gigante, vicino a un piccolo comodino. Realizzato, ovviamente, in marmo di Carrara!

Sappiamo ancora concederci il tempo per vedere i sogni che stanno nel nostro cassetto, o il cassetto è solo un posto per riporre ciò che non usiamo?”, aggiunge Bragatt.

Basquiat, Keith Haring, Pollock, Schifano, Guido Cagnacci, Gino de Dominicis, Domenico Gnoli, Jeff Koons, Damien Hirst, Julian Schnabel, Francesco Vezzoli, sono le fonti dalle quali Filippo Bragatt trae ispirazione e stimoli per esprimere il suo genio creativo. “Mi incuriosiscono e mi interessano le loro vite, ancor prima delle loro opere. Vite che si incrociano con città, metropoli, epoche e periodi storici completamente diversi”, spiega.

E mi racconta di Mario Schifano, uno dei più importanti artisti italiani della scena nazionale e internazionale degli anni Sessanta. Un Andy Warhol tutto italiano, dal carattere eccentrico e poliedrico, amante della bella vita e innamorato della sua Roma. “Con i soldi della sua prima mostra compra una MG bianca, e la guida senza patente, distruggendola contro un palo poco dopo”, riferisce accennando un sorriso. 

Il tempo vola, e quando si avvicina il momento del saluto Bragatt conclude con un messaggio: “L’arte è rappresentazione della vita, allora è proprio da essa che si deve partire”.

Cristiano Gassani

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LE SIGNORE DELL’ARTE E LA PASSIONE DI RICOLA, LA CARAMELLA SVIZZERA

LE SIGNORE DELL’ARTE E LA PASSIONE DI RICOLA, LA CARAMELLA SVIZZERA

Si chiama “Le Signore dell’Arte. Storie di donne tra ’500 e ’600” ed è una mostra tutta al femminile. L’obiettivo è esplorare l’universo “donna” in tutte le sue sfumature, in linea con il palinsesto I talenti delle donne, promosso dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano.

C’è Artemisia Gentileschi, figlia di Orazio, la cui arte rivaleggia con quella dei pittori dell’epoca. È la prima donna accolta all’Accademia delle arti del disegno, un prestigioso riconoscimento. Ottiene importanti commissioni dalle famiglie fiorentine (Medici compresi), stringe amicizia con Galileo Galilei, che nutre per lei grande stima, e con Michelangelo Buonarroti il giovane, il quale le commissiona una tela per celebrare il suo illustre antenato e intrattiene con lei una corrispondenza. Per l’accusa di stupro subita si è sottoposta a diverse visite mediche e ha anche accettato un interrogatorio sotto tortura (per questo ha rischiato di perdere le dita, danno incalcolabile per una pittrice della sua levatura) volto a verificare la veridicità delle sue dichiarazioni.

C’è la cremonese Sofonisba Anguissola, protagonista nella vita artistica delle corti italiane data anche la sua competenza letteraria e musicale. È citata nelle “Vite” di Giorgio Vasari grazie a Michelangelo Buonarroti che sosteneva avesse talento. Era stato il padre di Sofonisba a scrivere a Michelangelo e a mandargli i disegni della figlia. Fra quei disegni c’era anche “Fanciullo morso da un gambero”, nel quale la giovane artista aveva colto l’espressione del dolore infantile, che piacque molto al grande artista fiorentino. Quella smorfia di dolore fermata da Sofonisba la ritroviamo poi nel “Ragazzo morso da un ramarro” di Caravaggio. Nel 1559, Sofonisba approda alla corte di Filippo II di Spagna come dama di corte della regina Elisabetta e diviene la ritrattista della famiglia reale fino alla morte della sua protettrice, nel 1568. Un ritratto di Elisabetta di Valois conservato al Museo del Prado è attribuito a lei. Nel 1573, l’Anguissola sposa il nobile siciliano Fabrizio Moncada e si trasferisce in Sicilia nel palazzo dei Moncada a Paternò, dove continua la sua attività di pittrice e dove lascia la tela Madonna dell’Itria.

C’è Lavinia Fontana che a 25 anni sposa il pittore Giovan Paolo Zappi alla sola condizione di poter continuare a dipingere, e fa poi del marito il proprio assistente. Chiamata a Roma dal nuovo papa Gregorio XIII, suo conterraneo, grazie a tale alta protezione esegue innumerevoli lavori per l’entourage della corte papale, nobiltà romana e rappresentanze diplomatiche, tanto da essere soprannominata “la Pontificia Pittrice”. Nonostante le undici gravidanze, la sua produzione è corposa: oltre ai numerosissimi ritratti di nobildonne, diplomatici e personalità d’ogni sorta, Lavinia dipinge un centinaio di pale d’altare (ne sopravvivono 30 firmate e 25 con attribuzione contrastata) e realizza diverse sculture di uomini in battaglia. In mostra con 14 opere, tra cui l’Autoritratto nello studio (1579) degli Uffizi, la Consacrazione alla Vergine (1599) del Muséedes Beaux-Arts di Marsiglia, e alcuni dipinti di soggetto mitologico di rara sensualità.

 

La mostra porta il visitatore alla scoperta di 34 artiste, dalla più nota Artemisia Gentileschi fino a quelle meno conosciute ma non meno importanti, che tra il ’500 e il ’600 hanno saputo infondere vitalità e creatività al femminile all’interno del panorama artistico dell’epoca. Attraverso le circa 130 opere esposte, provenienti da 67 prestatori differenti, nazionali e non, tra le quali vi sono opere mai esposte prima, i visitatori potranno scoprire non solo il talento artistico, ma anche le vicende personali che hanno portato le protagoniste della mostra a distinguersi nel contesto artistico culturale in cui hanno vissuto.

Figlie, mogli, sorelle di pittori, o a volte donne di religione: la mostra Le Signore dell’Arte presenta attraverso 5 sezioni la grande abilità compositiva di queste pittrici e, tramite il racconto delle loro storie personali, guarda al ruolo da loro rivestito nella società del tempo, al successo raggiunto da alcune di esse presso le grandi corti internazionali, alla loro capacità di sapersi relazionare, distinguere, affermare, trasformandosi in vere e proprie imprenditrici. La mostra pone in evidenza una costellazione di giovani talentuose che, seppur con storie e percorsi differenti, fanno comprendere come il ruolo delle donne acquisito nel corso del XVI e XVII secolo non è legato solo a episodi sporadici o straordinari, ma è un fenomeno che abbraccia tutta l’Italia. Ognuna delle loro storie è un racconto avvincente, che parla di viaggi attraverso l’Italia e l’Europa o di lunghe clausure, di percorsi interrotti precocemente o di vite quasi centenarie, di produzioni artistiche prolifiche o limitate, di comportamenti trasgressivi o condotte morigerate. Autoritratti volitivi come segno della consapevolezza del loro ruolo di artiste, ritratti di intensa penetrazione psicologica, eroine dell’antichità come esempi di ribellione e forza d’animo, figure storiche mitologiche e allegoriche, composizioni naturalistiche o simboliche di fiori, frutti e animali, scene religiose e mistiche che riflettono il complesso dibattito del tempo: ogni soggetto è accuratamente indagato dall’occhio attento delle artiste. I misteri della psiche, le virtù femminili, l’eroismo intimo e quotidiano, ma anche il pathos del tradimento, dell’inganno, del pentimento: tutti i sentimenti sono svelati attraverso una poetica pittorica intensa e partecipata. 

Organizzata da Palazzo Reale e da Arthemisia (azienda leader nell’organizzazione di grandi mostre), la mostra è promossa dal Comune di Milano, con il sostegno di Fondazione Bracco. L’azienda Ricola, partner della mostra, continua a sostenere Arthemisia e le sue iniziative offrendo anche i propri prodotti: i visitatori potranno infatti assaporare le note caramelle messe a disposizione del pubblico.

L’amore per l’arte è nel DNA di Ricola, proprio grazie alla sua famiglia fondatrice: la Ricola Holding AG, infatti, colleziona sin dagli anni Settanta arte contemporanea svizzera che espone negli edifici della sede del Gruppo Ricola. Nel corso del tempo si è creata così una collezione di notevole spessore qualitativo che comprende anche opere giovanili di artisti ormai affermati. La collezione vanta dipinti di Richard Paul Lohse, Max Bill, Camille Graeser e Verena Loewensberg, divenuti famosi col nome di “Zürcher Konkrete”, e riunisce in particolare svariati dipinti costruttivisti e teorici, fotografie e lavori su carta, nonché opere di matrice espressionista che hanno il corpo come protagonista. Fra le acquisizioni più importanti si contano opere, o gruppi di opere, firmate da Christoph Büchel, Jacques Herzog, Bruno Jakob, Karim Noureldin, Vaclav Pozarek, Shirana Shahbazi, Anselm Stalder e Erik Steinbrecher. La famiglia Richterich condivide la sua passione per l’arte con i dipendenti dell’azienda e con i visitatori esterni che possono partecipare a visite guidate presso la sede.

“Sostenere Arthemisia per noi è un atto di grande valore, ora più che mai, in un momento di ripartenza così delicato. Arte e cultura sono alla base del benessere dell’individuo, e portare il gusto di Ricola ai visitatori per noi significa dimostrare che l’azienda ha a cuore il consumatore a partire dalle attività di qualità che decide di svolgere nel tempo libero. Le mostre di Arthemisia ne sono un chiaro e riuscitissimo esempio”, afferma Luca Morari,  Amministratore Delegato Divita srl, azienda che dal 2006 si occupa della distribuzione dei prodotti Ricola in Italia.

La mostra è stata prorogata fino al  22 agosto 2021.

Clementina Speranza

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