DAL CUORE ALLE MANI. LA PRIMA MOSTRA DI DOLCE E GABBANA A MILANO

DAL CUORE ALLE MANI. LA PRIMA MOSTRA DI DOLCE E GABBANA A MILANO

Domenico Dolce nasce nel 1958 e fin da piccolo frequenta la sartoria di famiglia a Polizzi Generosa, un piccolo borgo siciliano. Cresce tra stoffe, abiti e a sette anni cuce il suo primo paio di pantaloni. Dopo il liceo si trasferisce a Milano dove coltiva la sua passione frequentando l’istituto di moda Marangoni. Stefano Gabbana, invece, nasce a Milano nel 1962 da una famiglia di origine veneta e studia grafica, per poi scegliere di lavorare per un’azienda di moda. Il loro incontro avviene nel 1981 e la loro unione lavorativa dà origine il marchio Dolce&Gabbana, che nell’ottobre del 1985 presenta la prima collezione alla Milano Fashion Week.

Dal 1985, lo stile Dolce&Gabbana è caratterizzato da: colori audaci, accostamento di tessuti unici, artigianalità e manifattura tipicamente italiana. Tutti questi aspetti si possono ammirare alla mostra “Dal Cuore alle Mani: Dolce&Gabbana” che racconta per la prima volta le migliori creazioni di Alta Moda, Alta Sartoria e Alta Gioielleria della casa di moda. L’esposizione si sviluppa in dieci sale del piano nobile di Palazzo Reale (Milano) con uno speciale allestimento curato da una storica della moda Florence Müller e prodotto da IMG.

I dieci capitoli della mostra si snodano attraverso installazioni dedicate. La prima è ispirata allo splendore della veneziana Scuola Grande di San Rocco che ospita le opere di Tintoretto. Una grande galleria con soffitto a specchi espone i dipinti di Anh Duong, da sempre musa degli stilisti, facendo da cornice a un gruppo di manichini in cartapesta che illustrano le complesse tecniche sartoriali.

Dalla sala veneziana si passa agli ambienti che ricreano le scene del film Il Gattopardo di Luchino Visconti, per poi lasciarsi avvolgere da una vera esplosione barocca. Questo spazio custodisce una selezione di creazioni di Alta Moda e Alta Gioielleria che alternano il fascino del nero Sicilia all’opulenza dell’oro. Ma il vero cuore pulsante della mostra è la quinta sala, la Sartoria, in cui è stato allestito un laboratorio dove sarti e artigiani lavorano realmente tutti i venerdì dalle 11.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 18.00 e offrono uno sguardo realistico sul dietro le quinte delle collezioni.

Il percorso continua tra pittura e architettura, per approdare poi alla settima sala, quella dedicata alla ricchezza della tradizione artigianale siciliana, con una speciale installazione decorata a mano da maestri pittori della maiolica e del Carretto Siciliano. Un altro ambiente è dedicato al Barocco bianco, dove è possibile ammirare abiti della Collezione Alta Moda Stucchi. Divinità greche si materializzano sotto forma di abiti eterei provenienti dalla Collezione Alta Moda presentata nella Valle dei Tempi di Agrigento e creazioni di Alta Sartoria impreziosite da raffinate lavorazioni a mosaico, che richiamano le basiliche bizantine italiane. L’esposizione si conclude all’interno di un teatro, dove un sipario cremisi si apre su una scena che vede protagoniste le creazioni ispirate alle opere più amate dagli stilisti. Infatti, il tributo finale è riservato al forte legame che unisce il mondo dell’opera e la visione di Dolce&Gabbana.

La mostra è quindi una lettera d’amore alla cultura italiana, un racconto del processo creativo di due stilisti che scaturisce dalle idee nate dal cuore e che prendono forma con le mani. Un’esposizione che sottolinea anche un approccio non convenzionale al mondo del lusso elegante, sensuale ma allo stesso tempo divertente, irriverente e rivoluzionario.

Simone Lucci

UN’INSTALLAZIONE INTERATTIVA AL MUSEO NAZIONALE SCIENZA E TECNOLOGIA

UN’INSTALLAZIONE INTERATTIVA AL MUSEO NAZIONALE SCIENZA E TECNOLOGIA

The Wall of Sound” è un’istallazione che permette al pubblico di creare suoni partendo dalla propria voce e da quanto memorizzato nell’opera. The Wall of Sound vuole essere un atto comunicativo, un’esperienza empirica che accompagna in un percorso di luce e suoni ipnotici. È un esperimento per portare strumenti per la creazione di musica elettronica in uno spazio pubblico e creare una piattaforma aperta per l’espressione musicale di tutti. Grazie all’utilizzo di campionatori e sequencer, organizzati su una parete in nodi di forma esagonale collegati fra loro, la voce dei partecipanti, registrata e riprodotta, diventa parte dell’opera stessa, producendo infinite variazioni di sequenze.

È l’ultima creazione di PanGenerator, un collettivo di new media art & design di Varsavia fondato da Piotr Barszczewski (ex membro), Krzysztof Cybulski, Krzysztof Goliński e Jakub Koźniewski. Dal 2010 il gruppo esplora nuovi mezzi di espressione creativa e di interazione con il pubblico, al confine tra arte, design e ingegneria.

“The Wall of Sound” si inserisce come quarta opera nel programma di installazioni permanente di arte digitale chiamato Digital Aesthetics. Sarà possibile visitare l’installazione dal 3 ottobre presso il Museo della Scienza e della Tecnologia Leonardo da Vinci, a Milano, grazie al sostegno di IBSA Foundation per la ricerca scientifica che è Partner Scientifico per le iniziative del Museo, rinnovando una collaborazione nata già nel 2019 con il fine di dare un contributo concreto allo sviluppo del legame tra arte e scienza e ai progetti di divulgazione della cultura scientifica. Digital Aesthetics ha scelto questo museo perché è il luogo dell’arte, e lo testimonia il nome che porta, come se Leonardo mettesse insieme tutte le sue conoscenze ed esperienze per creare arte. Si inserisce nell’ambito della Milano Digital Week, manifestazione italiana dedicata all’educazione, alla cultura e all’innovazione digitale promossa dal Comune di Milano.

Giacinto Di Pietrantonio, curatore del progetto, professore presso lo IED e critico d’arte, ci ha accompagnati a scoprire l’opera d’arte e in una piacevole chiacchierata con gli artisti Krzysztof e Jakub.

In questa opera la meccanica si fonda con l’elettronica, la prima cosa che si nota è la struttura fatta di maglie e di nodi che rimanda all’arte astratta, inoltre sui nodi sono ben visibili i chip, l’hardware e i componenti elettronici non sono nascosti.

In tutti gli oggetti che ci circondano basterebbe togliere qualche vite per arrivare a vedere i micro chip, in quest’opera abbiamo deciso di esplorare anche la parte estetica dei componenti, mettendola in evidenza, integrandola con il tutto. È la metafora della scatola nera, la tecnologia che si nasconde agli occhi, abbiamo voluto giocare con l’estetica per non nascondere l’elettronica. Non vogliamo nascondere gli elementi costitutivi, cioè i singoli componenti, vogliamo fare come alcuni artisti che fanno vedere il tratto del pennello sulle proprie tele.

Voi artisti avete delle specializzazioni diverse, quali?

PanGenerator è un collettivo di new media art & design di Varsavia fondato da Piotr Barszczewski (ex membro), Krzysztof Cybulski, Krzysztof Goliński e Jakub Koźniewski. Dal 2010 il gruppo esplora nuovi mezzi di espressione creativa e di interazione con il pubblico, al confine tra arte, design e ingegneria.

Siamo un gruppo con competenze diverse e più lavoriamo assieme più impariamo uno dall’altro, Krzysztof è musicista, Jakub è il principale progettista, c’è chi si occupa dell’elettronica, mentre il software lo sviluppiamo insieme. Inoltre, l’interazione con la comunity open source è un continuo flusso di apprendimento che ci permette di esplorare nuovi percorsi della conoscenza.

Le vostre opere interagiscono con l’osservatore, cioè l’opera artistica si completa con esso.

L’arte moderna che va per la maggiore è ermetica, e il pubblico deve leggere pagine redatte da esperti d’arte per capirne il significato. Le nostre sono opere rivolte a tutti e invitiamo il pubblico a partecipare alle stesse. Realizziamo delle interfacce con l’utente ‘user friendly’, cioè l’opera d’arte deve essere accessibile a tutti senza un esperto che la illustri. L’opera d’arte non è solo dell’artista, ma si realizza insieme al pubblico e con esso si completa. Noi vogliamo che il pubblico interagisca in maniera sensoriale con l’opera.

Le vostre opere presentano comunque una componente ludica.

In fondo è collegata al modo di come lavoriamo, siamo bambini che si vogliono divertire. Ci troviamo insieme e facciamo brain-storming e da lì nascono idee che condividiamo. L’arte non è solo una cosa seria, in fondo le nostre opere sono delle forme di intrattenimento e l’aspetto ludico è intrinseco. Nel processo creativo ci deve essere una parte ludica, altrimenti non si arriverebbe ai risultati voluti.

La tecnologia elettronica e il mondo digitale escludono una parte del valore della materia fisica.

Lavoriamo al margine fra la dimensione fisica e digitale, ma non dimentichiamo che il cloud non ha solo una dimensione mistica perché i dati sono su un supporto fisico che sono gli hard disk. Vogliamo stimolare le persone portando gli algoritmi nel modo fisico, umanizzandoli per recuperare la nostra dimensione umana. A differenza della realtà virtuale, del metaverso, noi vogliamo stimolare tutti i sensi umani del pubblico.

Come funziona questo reticolato di metallo e il chip?

The Wall of Sound è stato progettato per partecipare alla Katowice Street Art Urban Sound 2019.Sono dei sintetizzatori che possono registrare e riprodurre dei suoni preregistrati, la riproduzione può avvenire con sequenze diverse. Così abbiamo una cacofonia più che una sequenza musicale, questa è l’arte brutale. Quello che viene generato è frutto delle persone che hanno interagito precedentemente con l’opera, e ognuno va ad aggiungere la propria componente.

Ogni nodo utilizza un campionatore che è in grado di registrare 10 secondi di audio, con la manopola si può direzionare l’invio della musica a un altro nodo e il relativo comando della barra di LED luminosi. La musica scorre lungo la maglia e a ogni nodo viene sia riprodotta che inviata al nodo successivo. Ogni modulo è indipendente, non c’è un pc centrale e l’opera può crescere all’infinito.

Il pubblico del Museo potrà sperimentare la nuova installazione di arte digitale liberamente. L’opera sarà aperta al pubblico fino a domenica 7 aprile 2024 tutti i sabati, le domeniche e nei giorni festivi, dalle 11 alle 13 e dalle 14 alle 17.

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STEFANO ROVELLI

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RE E CORONE IN MOSTRA NELLA GALLERIA GIORGIO CHINEA ART CABINET

RE E CORONE IN MOSTRA NELLA GALLERIA GIORGIO CHINEA ART CABINET

Amanda Panezo è un’artista elegante, ironica e decisamente trendy. Io un gallerista semplice e decisamente outsider. Nel mio lavoro solo una regola: seguire il cuore, lavorando in grazia e virtù. Sono fortunato perché riesco a intercettare sempre i gusti del pubblico e dei collezionisti che mi seguono e si affidano alle mie proposte. Poi Amanda è anche molto Dandy, come non amarla? E per questo ho deciso di portarla a Padova”, spiega Giorgio Chinea Canale.

Corone, re, regine, donne di cuori e poi il sole fiammeggiante. Sono questi alcuni dei simboli raffigurati nelle opere dell’artista che, per il curatore e gallerista Giorgio Chinea, appartengono all’unica vera dinastia regale: quella della bellezza.

“Re e corone che anticipano l’incoronazione di Re  Carlo III perché si sa: a noi Dandies piace giocare”, afferma sorridendo Giorgio Chinea Canale.

La mostra “Gloriae et Laetitiae” (Gloria e Letizia) si terrà fino al 6 giugno 2023 nella Galleria Giorgio Chinea Art Cabinet, a Padova.

“Amanda Panezo è italo ecuadoriana, arriva a Padova da Milano e porta in città un mondo di icone tra il cult e il glam nel solco di quella che è la mia ricerca”, spiega Chinea Canale.

Amanda è un’artista visiva, lei stessa si definisce simbolista e surrealista. Le corone, simbolo di potere, nelle sue tele diventano poderose immagini eleganti.

“Tre modelli, uomo e donna ambivalenti: Altea, Augusta e Sabrina i tre moduli, declinati su molteplici fondali monocromi dalle tonalità squillanti, si elevano a immagini POP in un battibaleno – commenta il gallerista -. Suo è anche il tema del doppio, del Doppelganger, che ritroviamo nelle sue icastiche rivisitazioni delle carte da gioco marsigliesi, le sue Carte Danzanti. Olio su tela 70×50 cm (in mostra ce ne sono tre) dove, ad esempio, la Regina di Cuori diventa ‘Esigenza e Romanticismo’ e il suo Re ‘Convinzione e Dubbio’. Poi la serie di stampe autografe, comprese di Jolly e Jollina rispettivamente Il Dono e Il Ricevimento, racchiuse in bellissime cornici-scultura in plexiglass”.

In mostra anche la serie di opere Primavera di Sun Moritz, una produzione realizzata per l’anniversario dei 90 anni del logo del Comune di St. Moritz ed esposta insieme a tutte le altre sue stagioni al Grand Hotel des Bains Kempinski.

Il Sole Sun Moritz è un gioco di parole: una metafora sul sole e sulla sua luce che deve sempre splendere in qualsiasi stagione”, spiega il gallerista

Giorgio Chinea è reduce da importanti traguardi. Lo abbiamo visto al Museo Rimoldi di Cortina confrontarsi con il paesaggio nell’arte attraverso i secoli, con la mostra  “Dall’800 all’oggi”. Al MAMbo, a Bologna, dove un’artista della sua galleria, la performer Giovanna Ricotta, è entrata nella collezione permanente di uno dei musei più prestigiosi d’Italia.

La sua micro-galleria è punto di riferimento per i giovani collezionisti, e per gli artisti frutto del suo scouting legato al mondo del fumetto, sua altra grande passione. E riferimento del Pop, tema centrale dei suoi studi e della sua ricerca.

Tratto distintivo del curatore gallerista è l’eleganza, che anche quando è dirompente e sembra quasi scalzare il concetto in sé, propone sempre una riflessione estetica, come è stato con la mostrina del milanese “le Moschine” (pseudonimo di Paolo Deandrea illustratore e fumettista). Con l’iconoclasta artista trentina Laurina Paperina e con il romantico e ironico Gabriel Ortega maestro del Neo Pop internazionale che trasforma il fumetto in Arte.

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L’ARTE DI JAGO: FENOMENO SOCIAL E AMATA DAI GIOVANI

L’ARTE DI JAGO: FENOMENO SOCIAL E AMATA DAI GIOVANI

“A nome di tutta Arthemisia, sono davvero lieta del grande risultato ottenuto dalla mostra di Jago – afferma la Presidentessa Iole Siena -. Un progetto nato da un incontro quasi del tutto casuale con l’artista. Ho apprezzato fin da subito la sua capacità di artista ma anche di comunicatore, per la sua onestà e i suoi principi. È l’emblema dell’artista contemporaneo. Insieme all’instancabile e visionaria Maria Teresa Benedetti, curatrice della mostra, si è istaurato un feeling immediato che ci ha portato ad affrontare questa sfida, che oggi si conclude con un esito strabiliante. Senza mai aver paura, Arthemisia da sempre è alla ricerca di nuovi progetti da proporre al suo pubblico e la sola idea (peraltro confermata in questo caso) che l’arte possa giungere in maniera così forte ai giovanissimi non fa che renderci fieri di quel che facciamo. Amiamo l’arte e vogliamo che sempre più gente possa amarla: questa è la nostra missione”. 

Sono state lunghissime le file che, questo fine settimana, hanno caratterizzato gli ultimi giorni di apertura della prima grande mostra dedicata a Jago e ospitata a Palazzo Bonaparte di Roma. Sono 140.382 i visitatori e gli appassionati del lavoro del giovane scultore italiano che, dallo scorso 12 marzo hanno contribuito al successo della mostra. Amato per il suo indiscusso talento creativo ma anche per la sua grande forza nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione, tra visite guidate, firma copie e incontri con l’artista, sono circa 80 mila i giovani under 35 catturati dall’inconfondibile stile di Jago. Anche migliaia le interazioni e condivisioni sui social network. 

“Mi considero un uomo e uno scultore del mio tempo – afferma Jago -. Utilizzo il marmo come materiale nobile legato alla tradizione ma tratto temi fondamentali dell’epoca in cui vivo. Il legame col mondo è fortissimo. Guardo a ciò che mi circonda, gli do forma e lo condivido”.

Scultore e comunicatore, Jago attraverso le sue opere fornisce al pubblico una lettura personale della storia, risignificandola e utilizzando un materiale nobile come il marmo, appartenente alla tradizione, e procedimenti esecutivi classici (dal disegno al modello, dal bozzetto d’argilla al calco in gesso), insieme all’adozione della figura umana come soggetto prevalente.

Nelle sue opere, utilizza anche elementi tragici in un costante gioco di rimandi, con una visione sempre tesa alle tematiche del presente, suscitando provocatoriamente negli spettatori riflessioni sullo status dei nostri tempi. Tra le varie opere esposte: l’opera giovanile “La pelle dentro” dove la capacità dell’arto di penetrare in maniera veemente all’interno della materia è in grado di enucleare una forma che lo rappresenti. Il lavorio incessante dell’acqua sul sasso diviene metafora dell’intervento creativo e la mano è emblematicamente assunta a strumento principe di ogni possibile realizzazione. È la mano dello scultore, strumento fondamentale per ogni operazione creativa. E poi ancora “Apparato Circolatorio”, la rappresentazione iconica del battito cardiaco in ognuna delle sue fasi dedicata a un amico scomparso. Un cuore continua a battere al di là della vita, nel pensiero di chi è stato amato. 

Ma chi è Jago? Jago è lo Pseudonimo di Jacopo Cardillo, noto come “The Social Artist” per le innate capacità comunicative e il grande successo che riscuote sui social. Un talento nell’utilizzo dei mezzi di comunicazione, Jago arriva direttamente al cuore del pubblico che lo ama, anzi lo adora. Paragonabile in tal senso a una rockstar, trasmette l’amore per l’arte ai giovani: le dirette streaming e le documentazioni foto e video (attraverso le quali coinvolge il suo pubblico sul web) raccontano il processo inventivo di ogni opera e il percorso condiviso consente una diretta partecipazione dei suoi followers al singolo passaggio esecutivo.

È un artista italiano che opera nel campo di scultura, grafica e produzione video. Nasce a Frosinone (Italia) nel 1987, dove ha frequentato il liceo artistico e poi l’Accademia di Belle Arti (lasciata nel 2010). Dal 2016, anno della sua prima mostra personale nella Capitale, ha vissuto e lavorato in Italia, Cina e America. È stato professore ospite alla New York Academy of Art, dove ha tenuto una masterclass e diverse lezioni nel 2018. Ha ottenuto numerosi premi nazionali e internazionali: la Medaglia Pontificia (consegnatagli dal cardinale Ravasi in occasione del premio delle Pontificie Accademie nel 2010), il premio Gala de l’Art di Monte Carlo nel 2013, il premio Pio Catel nel 2015, il Premio del pubblico Arte Fiera nel 2017 e ha inoltre ricevuto l’investitura come Mastro della Pietra al MarmoMacc del 2017. All’età di 24 anni, su presentazione di Maria Teresa Benedetti, è stato selezionato da Vittorio Sgarbi per partecipare alla 54a edizione della Biennale di Venezia, esponendo il busto in marmo di Papa Benedetto XVI (2009) che gli è valso la suddetta Medaglia Pontificia. La scultura giovanile è stata poi rielaborata nel 2016, prendendo il nome di Habemus Homineme divenendo uno dei suoi lavori più noti. L’avvenuta spoliazione del Papa emerito dai suoi paramenti è stata esposta a Roma, nel 2018, presso il Museo Carlo Bilotti di Villa Borghese, attirando un numero record di visitatori (più di 3.500 durante l’inaugurazione). A seguito di un’esposizione all’Armory Show di Manhattan, Jago si trasferisce a New York. Qui inizia la realizzazione del Figlio Velato, esposto permanentemente all’interno della Cappella dei Bianchi nella Chiesa di San Severo Fuori le Mura a Napoli. L’opera è ispirata al settecentesco Cristo Velato di Giuseppe Sanmartino, collocato nel Museo Cappella San Severo sempre a Napoli. La ricerca artistica di Jago fonda le sue radici nelle tecniche tradizionali e instaura un rapporto diretto con il pubblico mediante l’utilizzo di video e dei social network, per condividere il processo produttivo. Nel 2019, in occasione della missione Beyond dell’ESA (European Space Agency) è stato il primo artista ad aver inviato una scultura in marmo sulla Stazione Spaziale Internazionale. Intitolata “The First Baby” e raffigurante il feto di un neonato, è tornata sulla Terra a febbraio 2020 sotto la custodia del capo missione, Luca Parmitano. Da maggio 2020 Jago risiede a Napoli avendo eletto il suo studio nella Chiesa di Sant’Aspreno ai Crociferi. All’inizio di novembre realizza l’installazione “Look Downall” temporaneamente collocata in Piazza del Plebiscito (ora nel deserto di Al Haniyah a Fujairah), mentre giorno 1 ottobre 2021 installa l’opera “Pietà” nella Basilica di Santa Maria in Montesanto, in Piazza del Popolo a Roma.

La mostra “JAGO. The Exhibition” è stata prodotta e organizzata da Arthemisia con la collaborazione di Jago Art Studio e curata da Maria Teresa Benedetti. L’evento è stato consigliato da Sky Arte.

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LA BIENNALE D’ARTE DI VENEZIA 2022

LA BIENNALE D’ARTE DI VENEZIA 2022

Il 23 aprile si è alzato il sipario sulla 59a Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia che proseguirà fino al 27 novembre 2022. L’esposizione si celebra in un anno pari a causa dello spostamento della Biennale dell’architettura che è stata spostata dal 2020 al 2021 e che ha quindi finito col creare l’effetto domino. Ed è anche la prima edizione curata da una donna italiana: Cecilia Alemani. “Come prima donna italiana a rivestire questa posizione, mi riprometto di dare voce ad artiste e artisti per realizzare progetti unici che riflettano le loro visioni e la nostra società”, aveva dichiarato Alemani.

Cecilia Alemani è una curatrice con all’attivo numerose mostre su artisti contemporanei, responsabile e capo curatore di High Line Art, programma di arte pubblica della High Line, il parco urbano sopraelevato di New York, e alla direzione del Padiglione Italia alla Biennale Arte 2017. La curatrice milanese ha subito dato un’impronta fortemente di genere alla “sua” Biennale: su 213 presenze provenienti da 58 paesi (26 sono italiani), 191 sono artiste e 22 artisti; per 180 si tratta della prima volta in Laguna e sono ospitate oltre 1400 tra opere e istallazioni. La Mostra è affiancata da 80 partecipazioni nazionali negli storici Padiglioni, ai Giardini, all’Arsenale e nel centro storico di Venezia. Cinque i Paesi presenti per la prima volta alla Biennale Arte: Repubblica del Camerun, Namibia, Nepal, Sultanato dell’Oman e Uganda. La Repubblica del Kazakhstan, la Repubblica del Kyrgyzstan e la Repubblica dell’Uzbekistan che per la prima volta sono a Venezia con un proprio Padiglione.

Curato da Eugenio Viola, il Padiglione Italia è sostenuto e promosso dal Ministero della Cultura, Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee Periferie Urbane. È costituito da una sola opera di Gian Maria Tosatti che occupa l’intero spazio delle Tese delle Vergini, nell’Arsenale altri artisti italiani sono impegnati nei padiglioni esteri e tra questi il biellese Lorenzo Puglisi, che nel padiglione di un paese musulmano propone uno dei simboli cardine del cristianesimo.

La mostra Il latte dei sogni si articola negli spazi del Padiglione Centrale ai Giardini e in quelli delle Corderie, delle Artiglierie e negli spazi esterni delle Gaggiandre e del Giardino delle Vergini nel complesso dell’Arsenale.

Il latte dei sogni include più di duecento artiste e artisti provenienti da 61 nazioni. Oltre 180 artiste e artisti non hanno mai partecipato all’Esposizione Internazionale d’Arte prima d’ora. Per la prima volta negli oltre 127 anni di storia dell’istituzione veneziana, la Biennale include una maggioranza preponderante di artiste donne e soggetti non binari, scelta che riflette un panorama internazionale di grande fermento creativo ed è anche un deliberato ridimensionamento della centralità del ruolo maschile nella storia dell’arte e della cultura attuali.

La mostra presenta opere contemporanee e nuove produzioni concepite appositamente per la Biennale Arte, presentate in dialogo con lavori storici che datano dall’Ottocento fino ai nostri giorni.

“La mostra Il latte dei sogni prende il titolo da un libro di favole di Leonora Carrington (1917-2011), in cui l’artista surrealista descrive un mondo magico nel quale la vita viene costantemente reinventata attraverso il prisma dell’immaginazione e nel quale è concesso cambiare, trasformarsi, diventare altri da sé – spiega Cecilia Alemani -. L’esposizione nasce dalle numerose conversazioni intercorse con molte artiste e artisti in questi ultimi mesi. Da questi dialoghi sono emerse molte domande. Come sta cambiando la definizione di umano? Quali sono le differenze che separano il vegetale, l’animale, l’umano e il non-umano? Quali sono le nostre responsabilità nei confronti dei nostri simili, delle altre forme di vita e del pianeta che abitiamo? E come sarebbe la vita senza di noi?

Questi sono alcuni degli interrogativi che fanno da guida a questa edizione della Biennale Arte, la cui ricerca si concentra in particolare attorno a tre aree tematiche: la rappresentazione dei corpi e le loro metamorfosi; la relazione tra gli individui e le tecnologie; i legami che si intrecciano tra i corpi e la Terra”.

C’è poi il Padiglione Venezia, voluto dal Sindaco Brugnaro, che come tre anni fa sarà più un’esperienza sensuale che solo visiva. Il titolo? Alloro. Simbolo per eccellenza della metamorfosi, la pianta profumata viene celebrata dal duo di artiste Goldschmied & Chiari, che ha creato una sorta di tempio celebrativo della femminilità. Qui vi sono due sale costruite come un gioco di luci e ombre; c’è poi il centro del percorso, introdotto da “Best Wishes” di Ottorino De Lucchi, che propone l’istallazione “Lympha”, il mito di Dafne e Apollo reso in chiave moderna dall’artista Paolo Fantin con il gruppo Ophicina e accompagnato dalla musica, intitolata “Gocce di Alloro”, del maestro Pino Donaggio.

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