IL SORRISO DEGLI ITALIANI E IL PARERE DELLA PSICOTERAPEUTA

IL SORRISO DEGLI ITALIANI E IL PARERE DELLA PSICOTERAPEUTA

“Il sorriso dura un istante. Il suo ricordo può durare tutta la vita”, recita così un proverbio cinese.

In occasione della Giornata mondiale del Sorriso ecco svelati i dati dell’indagine effettuata con metodologia WOA (Web Opinion Analysis) condotta su circa 1200 italiani di età compresa tra i 20 e i 50 anni, attraverso un monitoraggio online sui principali social network, blog, forum e community dedicate. Lo studio “Italiani e sorriso” è stato commissionato da Straumann Group, azienda di implantologia e nelle soluzioni ortodontiche. Rivela emozioni e abitudini degli italiani. A spiegare interpretazioni e significati è la dottoressa Katia Vignolipsicoterapeuta e docente alla Scuola di specializzazione in psicoterapia e alla Scuola di Naturopatia dell’Istituto Riza. Con il supporto di Federico MandelliDottore in odontoiatria, specialista in chirurgia orale e autore di pubblicazioni scientifiche.

“Nell’immaginario universale la bocca è il ponte di passaggio tra il mondo interiore e il mondo esterno: è dotata di un numero straordinario di terminazioni nervose e forse non è così noto che larga parte della nostra corteccia sensoriale sia dedicata alle sue numerose attività”, afferma Vignoli. Secondo l’indagine, sono molteplici anche gli stati d’animo che le persone manifestano attraverso la bocca, ad esempio felicità (67%), sorpresa/stupore (59%), perplessità (56%),disaccordo (41%) e tristezza (45%). “La bocca può esprimere tutto e il contrario di tutto, è il simbolo delle ambiguità. Essa disegna nelle sue due curve la compresenza di due direzioni opposte, che riassumono le due nature dell’essere umano: quella superiore corrisponde al mondo dell’alto, della coscienza; quella inferiore al mondo del basso, degli istinti, spiega Vignoli.

Il ruolo chiave della bocca è reso ancora più evidente da ulteriori dati dello studio. Secondo il 37% degli italiani coinvolti nel sondaggio rappresenterebbe una delle parti più intime del proprio corpo, per il 29% uno strumento indispensabile per comunicare e per il 21% una parte del viso da curare all’esterno e all’interno. Innumerevoli, inoltre, le sue funzioni: parlare (30%), mangiare (25%), baciare (20%), trasmettere uno stato d’animo (19%).

La bocca è la traduttrice simultanea più versatile dei nostri stati d’animo ed è indubbio che, nel ventaglio delle sue possibilità espressive, il sorriso occupi il primo posto. Sono molte le sfaccettature che un sorriso può mostrare: innanzitutto, l’indagine rivela che il 61% degli italiani sorride a bocca chiusa, mentre soltanto il 39% lo fa a bocca aperta. “Il sorriso a bocca chiusa si carica di significati come tacere, nascondere, rifiutare, assentarsi, mantenere la distanza, custodire nel silenzio, auto-proteggersi… Mettiamo istintivamente la mano sulla bocca quando abbiamo paura: tenere la bocca chiusa è sbarrare l’accesso al mondo, e mima un grande ‘No’ alla vita – commenta la pscicoterapeuta -. Aprire la bocca, invece, non è solo respirare, mangiare, parlare, ma anche farsi sentire, rompere il tabù; e poi sperimentare, avviare lo scambio con l’altro, essere disponibili, curiosi, entrare nel gioco. Apriamo la bocca davanti a meraviglia, bellezza, inaspettato: la vita chiama e le labbra si schiudono; la vita offre e la bocca si apre; la vita sorprende e la bocca si spalanca. Insomma, aprire la bocca è un grande ‘Sì’ alla vita: significa permettere alla vita di entrare dentro di noi, consentire a noi stessi di uscire arricchiti o trasformati da questo scambio”.

CURARE IL SORRISO

Lo studio ha indagato anche le ragioni per cui gli italiani, quando sorridono, non mostrano i denti: insicurezza legata all’aspetto fisico (67%), disabitudine legata all’uso della mascherina (63%), timidezza (60%) e poca cura della cavità orale (56%). Proprio quest’ultimo è un aspetto che potrebbe essere migliorato e che, secondo l’indagine, induce emozioni negative nelle persone consapevoli di non avere un sorriso curato, quali insicurezza (59%), imbarazzo (43%), vergogna (39%) e malumore (33%). D’altro canto, una bocca curata fa sentire il 67% del campione più belli, più sicuri con gli interlocutori (55%) e in salute (51%), oltre a migliorare l’autostima (47%).

Una bocca e un sorriso curati e sani sono cruciali anche per la salute generale delle persone – precisa Federico MandelliDottore in odontoiatria, specialista in chirurgia orale e autore di pubblicazioni scientifiche -. Se la bocca funziona male, è il corpo intero a subire ripercussioni. Basta pensare all’alimentazione: il processo di digestione degli alimenti inizia proprio dalla bocca e, se non curata, può incidere sull’assimilazione corretta dei nutrienti.  È importante, quindi, seguire un’igiene orale adeguata: innanzitutto, è bene impostare un’accurata e corretta routine, privilegiando la qualità alla quantità. In secondo luogo, bisognerebbe fare attenzione ad alimenti e bibite troppo acide: dopo averle consumate, senza eccessi, è meglio aspettare 30 minuti prima di lavarsi i denti; questo perchè, spazzolando subito, si rischia di intaccare la superficie dello smalto momentaneamente indebolita dalle sostanze acide. In questo modo, la saliva avrà invece il tempo di svolgere la sua funzione e stabilizzare il corretto pH della bocca. Infine, non dimenticare il filo interdentale: se non è possibile utilizzarlo due volte al giorno, un trucco potrebbe essere quello di passarlo la mattina sull’arcata superiore e la sera sull’arcata inferiore, così da non avere la sensazione di perdere troppo tempo, instaurando allo stesso tempo un’abitudine da seguire e intensificare giorno dopo giorno”.

COME RICOMINCIARE A SORRIDERE

Per il 31% delle persone, la mancata cura della propria bocca è strettamente correlata al periodo pandemico e all’uso negli ultimi anni della mascherina; il 27% attribuisce invece le ragioni al costo delle visite dentistiche oppure a problemi economici, il 20% ad una minor frequenza con cui ci si rapporta alle persone, mentre il 15% ad un’attenzione bassa per l’igiene. D’altra parte, l’indagine rivela che il trend negativo è ora a un punto di svolta: il 61% degli italiani si prenderà maggiore cura della propria bocca, per via della diminuzione delle misure restrittive – ad esempio l’uso meno frequente delle mascherine e l’aumento degli incontri in presenza – con un conseguente probabile incremento dei sorrisi.

“Tra gli effetti psicologici del post-pandemia, pare che molte persone abbiano momentaneamente perso l’attitudine al sorriso che, specialmente a bocca aperta, sembra sempre più raro – spiega Vignoli -. Dobbiamo allora reimparare a sorridere? E se sì, come riuscirci, visto che il sorriso autentico è quello spontaneo? Può venirci in soccorso il suggerimento di un grande psichiatra e psicoterapeuta, Roberto Assaggioli, con la tecnica del ‘Come se’. Questa consiste nell’agire come se uno effettivamente possedesse lo stato interiore desiderato, non certo obbligandosi a fingere di esser felice se in realtà è triste, ma comportandosi su un piano corporeo come se fosse allegro e fiducioso. Bisogna rasserenare la fronte, alzare la testa, pronunciare parole di ottimismo e gioia, e soprattutto sorridere. Secondo Assaggioli, e le sue ricerche lo confermano, assetto corporeo della felicità e sorriso, con un allenamento costante migliorano il nostro stato emotivo. Riprendiamoci allora il nostro diritto al sorriso aperto; ricominciamo a sorridere senza aspettare che siano le circostanze esterne a indurci a farlo, così da riacquistare una naturalezza che contagerà anche gli altri, riaprendoci alla speranza e alla fiducia”.

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OCCHIO AGLI OCCHIALI DA SOLE: CONSIGLI DI OCULISTA E OTTICO

OCCHIO AGLI OCCHIALI DA SOLE: CONSIGLI DI OCULISTA E OTTICO

In titanio, metallo, celluloide, ma anche in legno e corno; o di ultima generazione in Ultem™. Glamour, colorati, di tendenza, a gatto, a goccia, rotondi, squadrati, griffati. Sono gli occhiali da sole. Possono montare filtri colorati, a specchio, fotocromatici, polarizzati. Accessori moda ma non solo, perché proteggono gli occhi dai raggi solari e dalle loro dannose radiazioni; sono utili per ripararsi da vento, polvere, smog, corpi estranei e per salvaguardare gli occhi dalle allergie di stagione.

L’Unione Europea considera gli occhiali da sole come un “dispositivo di protezione individuale” (DPI), in quanto i filtri e le lenti solari assolvono la funzione di proteggere le strutture oculari. Ne abbiamo parlato con la Dottoressa Anna Lisa Fassari, Dirigente Medico Oculista Asp 3 PTA di Gravina di Catania e con Pietro Italia, ottico.

Parte dei raggi ultravioletti, anche se invisibili all’occhio umano, possono provocare importanti patologie.

“L’eccessiva esposizione ai raggi del sole, in assenza di adeguata protezione, è certamente dannosa a livello oculare. Può provocare la formazione di accumuli di proteine nel cristallino e quindi la comparsa della cataratta, dermatiti palpebrali, danni alla congiuntiva, alla retina, all’iride, con la formazione del melanoma oculare e cheratopatie corneali – spiega la dottoressa Fassari –. Bisogna prestare particolare attenzione al mare o in montagna, dove la radiazione dei raggi UV è molto alta. Basilare proteggere gli occhi dei bimbi con occhiali certificati, così come si fa per la loro pelle con prodotti affidabili. Danni seri alla vista si riscontrano nei pellegrinaggi, se ci si ferma a fissare il sole in attesa di vedere un’apparizione miracolosa, oppure in occasione di eclissi. Ne può derivare una cheratocongiuntivite attinica (da ultravioletti) causata dallo sfaldamento degli strati superficiali dell’occhio o, nei casi più gravi, una lesione al centro dell’occhio in macula, zona nobile dell’occhio, che ha i fotorecettori ‘coni e bastoncelli’ addetti a trasmettere gli stimoli luminosi al nervo ottico. Le lesioni, identiche a quelle causate da un raggio laser, producono una diminuzione irreversibile della vista causando fori o pseudofori maculari. L’eccessiva esposizione ai raggi UV incrementa il rischio di contrarre un tumore oculare che può coinvolgere la pelle intorno alle palpebre, la congiuntiva e le strutture uveali quali iride, corpi ciliari e coroide. Il melanoma oculare è certamente il tumore con l’incidenza maggiore rispetto agli altri tumori”.

Ma una delle patologie più frequenti causate dal sole è la maculopatia. “Si distingue in due forme: atrofica o secca, ed essudativa o neovascolare, comunemente chiamata degenerazione senile retinica in quanto induce un progressivo invecchiamento dei tessuti retinici e che potrebbe comportare la perdita temporanea o permanente della visione centrale – chiarisce la specialista, e sottolinea – pertanto si consiglia l’uso di occhiali da sole con filtri che proteggano dal 99 al 100% dai raggi ultravioletti”.

Cosa comporta l’utilizzo di occhiali da sole contraffatti? “Esporre gli occhi al sole senza dei buoni filtri può provocare gravi disturbi alla cornea, alle palpebre e al cristallino, ma soprattutto alla retina. Indossare occhiali da sole contraffatti, provenienti spesso da paesi asiatici, espone dunque i nostri occhi a un’alta probabilità di rischi: non avendo filtri reali ma solo colorazioni scure, le lenti determinano una midriasi pupillare più grande che permette un passaggio maggiore dei raggi UV e favorisce la maculopatia”, chiarisce la Dr.ssa Anna Lisa Fassari.

L’effetto degli UVA è ridotto dagli occhiali da sole, è importante però utilizzare occhiali certificati, distribuiti dai canali ufficiali.

Nei negozi specializzati, gli ottici optometristi e il personale specializzato possono consigliare e valutare la soluzione più opportuna, a cominciare dalla scelta della montatura. Noi abbiamo incontrato Piero Italia, ottico.

Tutti gli occhiali da sole devono avere il marchio CE (Conformità Europea) apposto sulle aste, sulla confezione e/o sul certificato di autenticità a garanzia delle normative europee in termini di standard e sicurezza dei prodotti che hanno superato i controlli di sicurezza e sono risultati idonei al filtraggio dei raggi UV. La dimensione minima della marcatura è di 5 mm. La dicitura non va confusa con il marchio China Export che presenta le stesse iniziali, ma molto più ravvicinate fra loro.

“Gli occhiali da sole originali di norma devono essere accompagnati da una nota informativa, nella quale saranno precisati la categoria di appartenenza, le avvertenze per l’uso, il tipo di filtro solare, che varia da 0 a 4 a seconda delle condizioni d’illuminazione – spiega Pietro Italia –. 

Con la categoria 0 si fa riferimento a un filtro trasparente o dotato di una minima colorazione, l’uso è consigliato in ambienti interni o nelle ore notturne. Nella categoria 1, rientrano quei filtri con una colorazione leggermente oscurante, ideali nelle giornate poco luminose o nuvolose.

La categoria 2 riguarda filtri mediamente colorati che offrono una protezione nelle giornate poco soleggiate. Con un meteo soleggiato è opportuno l’uso di un filtro di categoria 3.

Infine, la categoria 4 è consigliata per una protezione intensa dai raggi solari, per esempio in montagna e al mare dove i raggi UV sono molto forti. Solitamente chi è dotato di iride chiara assorbe una maggiore quantità di radiazioni luminose rispetto a chi è in possesso di occhi scuri, pertanto si consiglia l’uso di filtri di categoria 2, 3 e 4”.

Gli occhiali da sole sono quindi un presidio oculistico indicato per la protezione dei raggi ultravioletti e bisogna averne cura.

“Sarebbe meglio evitare il contatto dei filtri solari con deodoranti, lacca per capelli o sostanze chimiche in genere – precisa Piero Italia -. Bisogna prestare particolare attenzione al mare, la salsedine può deteriorare la superficie delle lenti, qualora vi sia un contatto sciacquare quindi con acqua dolce”.

Le lenti da sole attenuano gli effetti dell’irraggiamento, e con gli occhiali da sole, negli spazi molto luminosi, la visione risulta più nitida e confortevole. “Interessante la funzione del filtro polarizzatore, capace di orientare la radiazione verso un’unica fonte migliorando la qualità visiva e attenuando l’abbagliamento dei riflessi solari. È utilissimo quando si guardino superfici lisce e brillanti come il mare, la sabbia, la neve, un prato o la strada perché assicura una visione più definita e riposante, ed è quindi molto indicato per la guida diurna.

Altra possibilità è quella dei filtri fotocromatici. Questi, se vengono sollecitati dai raggi UV, in proporzione alla loro intensità assumono una colorazione scura che, con i dovuti tempi, ritorna chiara in ambienti interni o nelle ore serali. In sostanza, riescono ad adattarsi alle diverse condizioni di luminosità.

I filtri specchiati, oltre a essere di moda, offrono una maggiore protezione ai raggi UV, in particolare al mare o in alta montagna”.

E in presenza di vizi refrattivi (miopia, ipermetropia e astigmatismo)? “È possibile dotare la montatura di lenti con la dovuta correzione e colorarle a seconda delle proprie esigenze e dell’uso – spiega l’ottico –. In presenza di una miopia è consigliabile la tinta marrone, il verde o il grigio in caso di ipermetropia.

Oltre che a tinta uniforme le lenti possono poi, essere sfumate: scure nella parte alta e più chiare alla base”.

Clementina Speranza

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BREAST JOURNAL CLUB, TUMORE AL SENO E RICERCA

BREAST JOURNAL CLUB, TUMORE AL SENO E RICERCA

Grazie alla ricerca sul tumore al seno è possibile sviluppare terapie in grado di garantire migliori risultati e di questo vi sono vari esempi: nell’ambito delle terapie per lo stadio iniziale di malattia, nel quale non vi sono stati progressi negli ultimi venti anni, la novità è rappresentata dalla possibilità di aggiungere l’inibitore delle chinasi ciclina‐dipendenti,  agli agenti anti ormonali nella terapia adiuvante, riducendo il rischio della ricomparsa della malattia nelle pazienti ad alto rischio HR+, HER2-; lo stesso accade per il carcinoma mammario triplo negativo, dove la combinazione tra immunoterapia e chemioterapia ha recentemente dimostrato ottimi risultati. “La lotta al tumore al seno si può vincere con la ricerca. Nuove molecole e nuovi modelli di terapia aiutano le donne ad avere una lunga aspettativa di vita, mantenendo un’alta qualità”, afferma Sabino De Placido, Responsabile reparto di Oncologia medica dell’Ospedale Policlinico Federico II di Napoli e Responsabile Scientifico dell’evento ‘Breast Journal Club’, l’importanza della ricerca in oncologia’, appuntamento ormai ultra decennale, organizzato, a Napoli, 1 e 2 aprile da Over Group, grazie al supporto non condizionante di Lilly.

Al BJClub sono stati premiati 4 ricercatori: gli italiani Lucia Del Mastro, Maria Vittoria Dieci e Matteo Lambertini e Charles Geyer. “Il BJClub è un progetto che premia la ricerca internazionale e nazionale e che valorizza i giovani oncologi italiani in un confronto costruttivo sui temi di maggior interesse scientifico e sui migliori standard di cura del tumore al seno”, ha dichiarato Sabino De Placido.

Fare il punto sull’avanzamento della ricerca e sui nuovi standard terapeutici sulle neoplasie mammarie. È l’obiettivo dell’evento.

“Il BJClub di quest’anno mette in evidenza come la ricerca sul tumore mammario sia diventata estremamente veloce, con varie nuove opzioni terapeutiche, che portano a un aumento della sopravvivenza  e  una migliore qualità di vita. E l’Italia sta giocando un ruolo fondamentale. Giornate come quella di oggi, non solo servono a fare il punto, tra esperti del settore, sullo stato dell’arte a livello nazionale e internazionale delle novità terapeutiche e di ricerca, ma mirano a valorizzare i giovani talenti della ricerca oncologica, che rappresenteranno il futuro prossimo di questa affascinante e importante branca della medicina”, ha spiegato Michelino De Laurentiis, Direttore del Dipartimento di Oncologia Senologica e Toraco-polmonare dell’Istituto Nazionale Tumori Fondazione G. Pascale di Napoli in qualità di Responsabile Scientifico dell’evento.

 

 

 

IL COVID NON FERMA I TRAPIANTI IN ITALIA

IL COVID NON FERMA I TRAPIANTI IN ITALIA

– Va bene la sala operatoria per le 2.00 am?

– Chiamo la rianimazione e il 118 per verificare disponibilità, possibilità di trasporto e orari.

– La rianimazione è a più di 4 ore dal centro trapianti, attivo il volo per ridurre il tempo di ischemia dell’organo.

La concitata telefonata si svolge tra la sala operativa e il chirurgo designato per il trapianto.

Siamo in un openspace dove in modo ordinato trovano posto le scrivanie dell’equipe di sei medici che compongono l’unità di coordinamento dell’attività. Del team fa parte la dottoressa Erika Gianelli, specializzata in malattie infettive. È un lavoro complesso, un puzzle di attività che devono incastrarsi alla perfezione, un trait d’union tra la rianimazione che propone il donatore, il chirurgo che effettua il prelievo dell’organo, il chirurgo che prepara il ricevente e il trasporto dell’organo. La protezione dell’organo da trapiantare e la sicurezza del ricevente sono gli obiettivi principali della Centrale Operativa.

Con la Dott.ssa Erika Gianelli che scopriremo cosa c’è dietro le quinte.

“Quando si entra in Centrale Operativa l’aria è sempre un po’ frizzante, il più delle volte ci si saluta con un cenno della mano o un sorriso mentre si parla al telefono con mezza Italia”, afferma la Granelli. I muri sono tappezzati di fogli con protocolli, procedure operative, numeri di telefono, nomi di chirurghi di ogni specialità, indirizzi di ospedali di tutte le regioni, fissati con simpatiche calamite di ogni forma e colore.

I cinque telefoni della Centrale suonano in continuazione e spesso contemporaneamente.

I potenziali donatori vengono segnalati dai reparti di terapia intensiva di solito verso la seconda parte della mattinata, non appena parte la valutazione del collegio medico per l’accertamento di morte cerebrale che dura 6 ore.

La centrale operativa ha pertanto circa 5-6 ore di tempo per uno degli obiettivi principali: definire il profilo di rischio del potenziale donatore e garantire la sicurezza del ricevente. Sono ore preziose, a volte febbrili, in cui deve essere esclusa la possibilità che il donatore possa trasmettere malattie infettive o neoplasie tramite i propri organi. “Per questo si avvia un colloquio continuo con i colleghi, che hanno in carico il donatore, per ricostruirne la storia clinica, le malattie eventualmente presenti, ricercare quelle sconosciute, il tutto tramite l’esecuzione di esami ematochimici o radiologici. Nell’eventualità di questioni particolarmente complesse ci si avvale di alcuni esperti, la cosiddetta Second Opinion (infettivologica, anatomo-patologica, medico legale, genetica, ematologica) nell’ottica di assicurare la maggior sicurezza ai riceventi del trapianto”, precisa la Granelli.

Contemporaneamente viene contattato il Centro Nazionale Trapianti Operativo (CNTo) per avere indicazioni sulle emergenze in atto in tutta Italia e concordare la lista di allocazione degli organi.

“La Centrale Operativa coordina l’attività di tutti i trapianti che si svolgono in Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche, Liguria, Provincia Autonoma di Trento. Questa macroarea è definita Nord Italian Transplant program = NITp. È stata la prima in Italia ad avviare dei programmi di coordinamento dell’attività trapiantologica, solo successivamente è nato il Centro Nazionale Trapianti, con sede a Roma, con cui collaboriamo giornalmente”.

Come si svolge una telefonata tipo, quale sono le informazioni fondamentali per proseguire nel trapianto?

“Nella telefonata tipo si inizia presentando il donatore: sesso-età-peso-altezza e gruppo sanguigno (informazioni primarie e fondamentali per stabilire la priorità di allocazione). Si prosegue con il piano operativo. In base alle emergenze nazionali attive e al gruppo sanguigno viene definita la lista di allocazione degli organi. È indispensabile avere un gruppo sanguigno compatibile per evitare il rigetto dell’organo e la morte del paziente. Età, peso e altezza sono invece importanti per cuore, fegato e polmoni: il cuore di un bambino non ha la giusta capacità funzionale se trapiantato in un adulto, il polmone di una piccola donna non è abbastanza per un uomo molto alto, il fegato di un adulto non ci sta nel corpo di un bambino.

Ogni organo ha la sua lista di allocazione, la propria graduatoria di emergenze e urgenze in base alle condizioni cliniche dei riceventi.

In quelle poche ore febbrili la Centrale Operativa non solo deve stabilire il profilo di rischio del donatore, ma contattare anche tutti i centri trapianti della propria macroregione NITp per verificare la presenza di riceventi compatibili. Questo significa contattare i clinici e i chirurghi responsabili delle varie specialità d’organo, esporre e proporre il donatore e condividere la compatibilità del possibile ricevente.

Questo è solo un esempio, ma vi assicuro che la prima volta che mi ci sono confrontata ho temuto di non farcela. Spesso è una corsa contro il tempo e nella maggior parte dei giorni ci sono più donatori concomitanti”.   

La Centrale Operativa non può fare a meno dell’attività del Laboratorio di Immunologia dei Trapianti, che fa parte della UOC e lavora H24, 7/7gg, verifica in simultanea la compatibilità tra donatore e ricevente, fondamentale per la buona riuscita del trapianto perché accerta con esami molto approfonditi che nel sangue del ricevente non ci siano anticorpi specifici contro il donatore che porterebbero al rigetto dell’organo trapiantato.

Al termine di tutto questo viene stabilita la sala operatoria e inizia il magnifico lavoro dei chirurghi del trapianto. Ove possibile il chirurgo che deve eseguire il trapianto predilige assistere al prelievo dell’organo dal donatore, per essere certo della qualità e del buon funzionamento dello stesso. “Proprio per questo il NITp non va a dormire, è sempre attivo a sostegno dei chirurghi nel caso di ostacoli o difficoltà – precisa la Granelli -. Può succedere infatti che durante il prelievo il chirurgo si accorga di un mal funzionamento d’organo non visibile agli esami precedenti, oppure di una lesione che necessita di biopsia e può cambiare il profilo di rischio del donatore, oppure ancora che il potenziale ricevente possa risultare non compatibile o magari ammalato e non sottoponibile all’intervento.

A quel punto la Centrale Operativa rivede l’idoneità dell’organo da trapiantare oppure ricerca in tutte le liste di attesa un altro ricevente che potrebbe beneficiare del trapianto”.

Dal 2020 si fanno i conti con la riduzione delle prestazioni sanitarie ordinarie a causa dalla pandemia. Qual è stato l’impatto con la vostra attività?

“In questo già complicato puzzle, da più di un anno si è inserito il SARS-CoV-2 che ha portato confusione, incertezza e ha obbligato a rivedere tutta la gestione dei trapianti. L’impatto iniziale è stato violento con un calo in Italia del 39% dell’attività trapiantologica nei primi mesi di pandemia. Non è andata meglio nel resto del mondo (-51% in USA, – 90.6% in Francia, -75.1 in Spagna). La saturazione delle terapie intensive, l’impiego dei sanitari per l’emergenza, sottraendo personale sanitario all’area trapiantologica, il drastico numero di ammalati e di decessi sono le principali cause.

Ma l’attività dei trapianti non si è fermata, ma messa a dura prova durante la lotta al virus e alcuni primati sono stati comunque raggiunti.  Nel 2020, a Catania, il primo trapianto di utero su ricevente SARS-CoV-2 positivo, a Milano il primo trapianto di polmone su paziente in gravi condizioni causate dal COVID-19, tra novembre e dicembre è stato stilato un protocollo pilota per il trapianto di polmone in riceventi con esiti da Covid-19, e poi all’inizio del 2021 le prime indicazioni sulla possibilità di utilizzare gli organi da pazienti che avevano avuto l’infezione da SARS-CoV-2, anche sintomatica.

Proprio l’Italia, nazione maggiormente colpita all’inizio dalla pandemia ha saputo mantenere la propria professionalità e incrementare le proprie competenze. Il mio pensiero va a De André ‘..dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior..’. Con la stretta collaborazione di tutti”, conclude Erika Gianelli.

Stefano Rovelli

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Erika Gianelli, Medico infettivologo dopo aver letto un libro sulla lebbra di Raul Follerau. Nel 1999, parte per l’Africa: Zambia, Uganda e infine Guinea Bissau dove partecipa a un progetto sull’interruzione materno-fetale di HIV. Ha poi lavorato 10 anni come internista e come medico di pronto soccorso presso L’Ospedale Luigi Sacco, di Milano. Da marzo 2021 fa parte dell’unità operativa coordinamento trapianti al Policlinico di Milano.

 

IL PRESIDENTE SOI FA IL PUNTO SULLA SITUAZIONE OFTALMOLOGICA IN ITALIA

IL PRESIDENTE SOI FA IL PUNTO SULLA SITUAZIONE OFTALMOLOGICA IN ITALIA

 “La prima visita oculistica va fatta alla nascita, poi ai tre anni di età, a otto anni, dai 40 ai 60 anni ogni due anni e dopo i 60 anni una volta l’anno. Rispettare questo calendario è la migliore assicurazione per prendersi cura della propria vista”, afferma Matteo PiovellaPresidente SOI (Società Oftalmologica Italiana), in occasione della Giornata Mondiale della Vista che si celebra il 14 ottobre.

Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), 2,2 miliardi di persone nel mondo soffrono di patologie oculari. In Italia si stima che le malattie a rischio perdita della vista coinvolgano oltre 6 milioni di pazienti. I difetti che necessitano la correzione con occhiali colpiscono 40 milioni di italiani.

A fare il punto è Matteo Piovella.

“La Giornata mondiale della vista è un’opportunità indispensabile per l’oculistica per accendere la luce sulla qualità e l’adeguatezza delle cure erogate al servizio dei pazienti: 7 mila medici oculisti visitano ogni anno 20 milioni di persone e salvano la vista a un milione e trecentomila di queste. Cose bellissime, conosciamo e dobbiamo far conoscere però le criticità del sistema salva vista e dobbiamo indicare le soluzioni.

Oltre 500 mila persone sono affette da maculopatia, una malattia della retina che porta, se non curata, a non vedere più. Purtroppo però molti hanno difficoltà di accesso alle cure per motivi organizzativi ed economici.

L’altra situazione su cui porre l’attenzione è la limitata possibilità di accesso alla chirurgia della cataratta causa la crescita dei tempi di attesa conseguenti alla pandemia. Nel 2019 in Italia sono stati effettuati 650 mila interventi, ma nel 2020 mancano all’appello ben 300 mila operazioni. E in alcune strutture SSN siamo arrivati al record storico di 3 anni di lista d’attesa.

Per finire, negli anni 2000 le nuove tecnologie, che hanno aiutato e aiutano a ottenere interventi più sicuri e efficaci, non sono state adottate in modo adeguato. Nel Sistema Sanitario Nazionale in oculistica sono presenti in modo insufficiente: meno dell’1%. È una criticità che ci impegna da molti anni. Sappiamo che i problemi sono enormi, ma dobbiamo evitare che la chirurgia oculistica continui a essere considerata elettiva, quindi non prioritaria e non indispensabile. Questo impedisce anche di attingere ai soldi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). Chiediamo alla politica l’aiuto per assistere questi pazienti, che sono milioni.

Entro il 2030 è previsto il raddoppio delle persone cieche. Ricordiamoci che la vista è il bene più prezioso, e che ne riconosciamo il vero valore solo quando l’abbiamo persa”.