BREAST JOURNAL CLUB, TUMORE AL SENO E RICERCA

BREAST JOURNAL CLUB, TUMORE AL SENO E RICERCA

Grazie alla ricerca sul tumore al seno è possibile sviluppare terapie in grado di garantire migliori risultati e di questo vi sono vari esempi: nell’ambito delle terapie per lo stadio iniziale di malattia, nel quale non vi sono stati progressi negli ultimi venti anni, la novità è rappresentata dalla possibilità di aggiungere l’inibitore delle chinasi ciclina‐dipendenti,  agli agenti anti ormonali nella terapia adiuvante, riducendo il rischio della ricomparsa della malattia nelle pazienti ad alto rischio HR+, HER2-; lo stesso accade per il carcinoma mammario triplo negativo, dove la combinazione tra immunoterapia e chemioterapia ha recentemente dimostrato ottimi risultati. “La lotta al tumore al seno si può vincere con la ricerca. Nuove molecole e nuovi modelli di terapia aiutano le donne ad avere una lunga aspettativa di vita, mantenendo un’alta qualità”, afferma Sabino De Placido, Responsabile reparto di Oncologia medica dell’Ospedale Policlinico Federico II di Napoli e Responsabile Scientifico dell’evento ‘Breast Journal Club’, l’importanza della ricerca in oncologia’, appuntamento ormai ultra decennale, organizzato, a Napoli, 1 e 2 aprile da Over Group, grazie al supporto non condizionante di Lilly.

Al BJClub sono stati premiati 4 ricercatori: gli italiani Lucia Del Mastro, Maria Vittoria Dieci e Matteo Lambertini e Charles Geyer. “Il BJClub è un progetto che premia la ricerca internazionale e nazionale e che valorizza i giovani oncologi italiani in un confronto costruttivo sui temi di maggior interesse scientifico e sui migliori standard di cura del tumore al seno”, ha dichiarato Sabino De Placido.

Fare il punto sull’avanzamento della ricerca e sui nuovi standard terapeutici sulle neoplasie mammarie. È l’obiettivo dell’evento.

“Il BJClub di quest’anno mette in evidenza come la ricerca sul tumore mammario sia diventata estremamente veloce, con varie nuove opzioni terapeutiche, che portano a un aumento della sopravvivenza  e  una migliore qualità di vita. E l’Italia sta giocando un ruolo fondamentale. Giornate come quella di oggi, non solo servono a fare il punto, tra esperti del settore, sullo stato dell’arte a livello nazionale e internazionale delle novità terapeutiche e di ricerca, ma mirano a valorizzare i giovani talenti della ricerca oncologica, che rappresenteranno il futuro prossimo di questa affascinante e importante branca della medicina”, ha spiegato Michelino De Laurentiis, Direttore del Dipartimento di Oncologia Senologica e Toraco-polmonare dell’Istituto Nazionale Tumori Fondazione G. Pascale di Napoli in qualità di Responsabile Scientifico dell’evento.

 

 

 

IL COVID NON FERMA I TRAPIANTI IN ITALIA

IL COVID NON FERMA I TRAPIANTI IN ITALIA

– Va bene la sala operatoria per le 2.00 am?

– Chiamo la rianimazione e il 118 per verificare disponibilità, possibilità di trasporto e orari.

– La rianimazione è a più di 4 ore dal centro trapianti, attivo il volo per ridurre il tempo di ischemia dell’organo.

La concitata telefonata si svolge tra la sala operativa e il chirurgo designato per il trapianto.

Siamo in un openspace dove in modo ordinato trovano posto le scrivanie dell’equipe di sei medici che compongono l’unità di coordinamento dell’attività. Del team fa parte la dottoressa Erika Gianelli, specializzata in malattie infettive. È un lavoro complesso, un puzzle di attività che devono incastrarsi alla perfezione, un trait d’union tra la rianimazione che propone il donatore, il chirurgo che effettua il prelievo dell’organo, il chirurgo che prepara il ricevente e il trasporto dell’organo. La protezione dell’organo da trapiantare e la sicurezza del ricevente sono gli obiettivi principali della Centrale Operativa.

Con la Dott.ssa Erika Gianelli che scopriremo cosa c’è dietro le quinte.

“Quando si entra in Centrale Operativa l’aria è sempre un po’ frizzante, il più delle volte ci si saluta con un cenno della mano o un sorriso mentre si parla al telefono con mezza Italia”, afferma la Granelli. I muri sono tappezzati di fogli con protocolli, procedure operative, numeri di telefono, nomi di chirurghi di ogni specialità, indirizzi di ospedali di tutte le regioni, fissati con simpatiche calamite di ogni forma e colore.

I cinque telefoni della Centrale suonano in continuazione e spesso contemporaneamente.

I potenziali donatori vengono segnalati dai reparti di terapia intensiva di solito verso la seconda parte della mattinata, non appena parte la valutazione del collegio medico per l’accertamento di morte cerebrale che dura 6 ore.

La centrale operativa ha pertanto circa 5-6 ore di tempo per uno degli obiettivi principali: definire il profilo di rischio del potenziale donatore e garantire la sicurezza del ricevente. Sono ore preziose, a volte febbrili, in cui deve essere esclusa la possibilità che il donatore possa trasmettere malattie infettive o neoplasie tramite i propri organi. “Per questo si avvia un colloquio continuo con i colleghi, che hanno in carico il donatore, per ricostruirne la storia clinica, le malattie eventualmente presenti, ricercare quelle sconosciute, il tutto tramite l’esecuzione di esami ematochimici o radiologici. Nell’eventualità di questioni particolarmente complesse ci si avvale di alcuni esperti, la cosiddetta Second Opinion (infettivologica, anatomo-patologica, medico legale, genetica, ematologica) nell’ottica di assicurare la maggior sicurezza ai riceventi del trapianto”, precisa la Granelli.

Contemporaneamente viene contattato il Centro Nazionale Trapianti Operativo (CNTo) per avere indicazioni sulle emergenze in atto in tutta Italia e concordare la lista di allocazione degli organi.

“La Centrale Operativa coordina l’attività di tutti i trapianti che si svolgono in Lombardia, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Marche, Liguria, Provincia Autonoma di Trento. Questa macroarea è definita Nord Italian Transplant program = NITp. È stata la prima in Italia ad avviare dei programmi di coordinamento dell’attività trapiantologica, solo successivamente è nato il Centro Nazionale Trapianti, con sede a Roma, con cui collaboriamo giornalmente”.

Come si svolge una telefonata tipo, quale sono le informazioni fondamentali per proseguire nel trapianto?

“Nella telefonata tipo si inizia presentando il donatore: sesso-età-peso-altezza e gruppo sanguigno (informazioni primarie e fondamentali per stabilire la priorità di allocazione). Si prosegue con il piano operativo. In base alle emergenze nazionali attive e al gruppo sanguigno viene definita la lista di allocazione degli organi. È indispensabile avere un gruppo sanguigno compatibile per evitare il rigetto dell’organo e la morte del paziente. Età, peso e altezza sono invece importanti per cuore, fegato e polmoni: il cuore di un bambino non ha la giusta capacità funzionale se trapiantato in un adulto, il polmone di una piccola donna non è abbastanza per un uomo molto alto, il fegato di un adulto non ci sta nel corpo di un bambino.

Ogni organo ha la sua lista di allocazione, la propria graduatoria di emergenze e urgenze in base alle condizioni cliniche dei riceventi.

In quelle poche ore febbrili la Centrale Operativa non solo deve stabilire il profilo di rischio del donatore, ma contattare anche tutti i centri trapianti della propria macroregione NITp per verificare la presenza di riceventi compatibili. Questo significa contattare i clinici e i chirurghi responsabili delle varie specialità d’organo, esporre e proporre il donatore e condividere la compatibilità del possibile ricevente.

Questo è solo un esempio, ma vi assicuro che la prima volta che mi ci sono confrontata ho temuto di non farcela. Spesso è una corsa contro il tempo e nella maggior parte dei giorni ci sono più donatori concomitanti”.   

La Centrale Operativa non può fare a meno dell’attività del Laboratorio di Immunologia dei Trapianti, che fa parte della UOC e lavora H24, 7/7gg, verifica in simultanea la compatibilità tra donatore e ricevente, fondamentale per la buona riuscita del trapianto perché accerta con esami molto approfonditi che nel sangue del ricevente non ci siano anticorpi specifici contro il donatore che porterebbero al rigetto dell’organo trapiantato.

Al termine di tutto questo viene stabilita la sala operatoria e inizia il magnifico lavoro dei chirurghi del trapianto. Ove possibile il chirurgo che deve eseguire il trapianto predilige assistere al prelievo dell’organo dal donatore, per essere certo della qualità e del buon funzionamento dello stesso. “Proprio per questo il NITp non va a dormire, è sempre attivo a sostegno dei chirurghi nel caso di ostacoli o difficoltà – precisa la Granelli -. Può succedere infatti che durante il prelievo il chirurgo si accorga di un mal funzionamento d’organo non visibile agli esami precedenti, oppure di una lesione che necessita di biopsia e può cambiare il profilo di rischio del donatore, oppure ancora che il potenziale ricevente possa risultare non compatibile o magari ammalato e non sottoponibile all’intervento.

A quel punto la Centrale Operativa rivede l’idoneità dell’organo da trapiantare oppure ricerca in tutte le liste di attesa un altro ricevente che potrebbe beneficiare del trapianto”.

Dal 2020 si fanno i conti con la riduzione delle prestazioni sanitarie ordinarie a causa dalla pandemia. Qual è stato l’impatto con la vostra attività?

“In questo già complicato puzzle, da più di un anno si è inserito il SARS-CoV-2 che ha portato confusione, incertezza e ha obbligato a rivedere tutta la gestione dei trapianti. L’impatto iniziale è stato violento con un calo in Italia del 39% dell’attività trapiantologica nei primi mesi di pandemia. Non è andata meglio nel resto del mondo (-51% in USA, – 90.6% in Francia, -75.1 in Spagna). La saturazione delle terapie intensive, l’impiego dei sanitari per l’emergenza, sottraendo personale sanitario all’area trapiantologica, il drastico numero di ammalati e di decessi sono le principali cause.

Ma l’attività dei trapianti non si è fermata, ma messa a dura prova durante la lotta al virus e alcuni primati sono stati comunque raggiunti.  Nel 2020, a Catania, il primo trapianto di utero su ricevente SARS-CoV-2 positivo, a Milano il primo trapianto di polmone su paziente in gravi condizioni causate dal COVID-19, tra novembre e dicembre è stato stilato un protocollo pilota per il trapianto di polmone in riceventi con esiti da Covid-19, e poi all’inizio del 2021 le prime indicazioni sulla possibilità di utilizzare gli organi da pazienti che avevano avuto l’infezione da SARS-CoV-2, anche sintomatica.

Proprio l’Italia, nazione maggiormente colpita all’inizio dalla pandemia ha saputo mantenere la propria professionalità e incrementare le proprie competenze. Il mio pensiero va a De André ‘..dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior..’. Con la stretta collaborazione di tutti”, conclude Erika Gianelli.

Stefano Rovelli

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Erika Gianelli, Medico infettivologo dopo aver letto un libro sulla lebbra di Raul Follerau. Nel 1999, parte per l’Africa: Zambia, Uganda e infine Guinea Bissau dove partecipa a un progetto sull’interruzione materno-fetale di HIV. Ha poi lavorato 10 anni come internista e come medico di pronto soccorso presso L’Ospedale Luigi Sacco, di Milano. Da marzo 2021 fa parte dell’unità operativa coordinamento trapianti al Policlinico di Milano.

 

IL PRESIDENTE SOI FA IL PUNTO SULLA SITUAZIONE OFTALMOLOGICA IN ITALIA

IL PRESIDENTE SOI FA IL PUNTO SULLA SITUAZIONE OFTALMOLOGICA IN ITALIA

 “La prima visita oculistica va fatta alla nascita, poi ai tre anni di età, a otto anni, dai 40 ai 60 anni ogni due anni e dopo i 60 anni una volta l’anno. Rispettare questo calendario è la migliore assicurazione per prendersi cura della propria vista”, afferma Matteo PiovellaPresidente SOI (Società Oftalmologica Italiana), in occasione della Giornata Mondiale della Vista che si celebra il 14 ottobre.

Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), 2,2 miliardi di persone nel mondo soffrono di patologie oculari. In Italia si stima che le malattie a rischio perdita della vista coinvolgano oltre 6 milioni di pazienti. I difetti che necessitano la correzione con occhiali colpiscono 40 milioni di italiani.

A fare il punto è Matteo Piovella.

“La Giornata mondiale della vista è un’opportunità indispensabile per l’oculistica per accendere la luce sulla qualità e l’adeguatezza delle cure erogate al servizio dei pazienti: 7 mila medici oculisti visitano ogni anno 20 milioni di persone e salvano la vista a un milione e trecentomila di queste. Cose bellissime, conosciamo e dobbiamo far conoscere però le criticità del sistema salva vista e dobbiamo indicare le soluzioni.

Oltre 500 mila persone sono affette da maculopatia, una malattia della retina che porta, se non curata, a non vedere più. Purtroppo però molti hanno difficoltà di accesso alle cure per motivi organizzativi ed economici.

L’altra situazione su cui porre l’attenzione è la limitata possibilità di accesso alla chirurgia della cataratta causa la crescita dei tempi di attesa conseguenti alla pandemia. Nel 2019 in Italia sono stati effettuati 650 mila interventi, ma nel 2020 mancano all’appello ben 300 mila operazioni. E in alcune strutture SSN siamo arrivati al record storico di 3 anni di lista d’attesa.

Per finire, negli anni 2000 le nuove tecnologie, che hanno aiutato e aiutano a ottenere interventi più sicuri e efficaci, non sono state adottate in modo adeguato. Nel Sistema Sanitario Nazionale in oculistica sono presenti in modo insufficiente: meno dell’1%. È una criticità che ci impegna da molti anni. Sappiamo che i problemi sono enormi, ma dobbiamo evitare che la chirurgia oculistica continui a essere considerata elettiva, quindi non prioritaria e non indispensabile. Questo impedisce anche di attingere ai soldi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). Chiediamo alla politica l’aiuto per assistere questi pazienti, che sono milioni.

Entro il 2030 è previsto il raddoppio delle persone cieche. Ricordiamoci che la vista è il bene più prezioso, e che ne riconosciamo il vero valore solo quando l’abbiamo persa”. 

 

THERAPYLATES: ESERCIZI PER IL BENESSERE FISICO

THERAPYLATES: ESERCIZI PER IL BENESSERE FISICO

Gli elastici colorati, o fasce, trovano sempre più spazio fra gli attrezzi per il fitness. Quando vengono allungati offrono resistenza, e il colore ne identifica la differenza di forza. Sono utilizzati sia in palestra che in casa e permettono di svolgere svariati esercizi per braccia, spalle, gambe e, cambiando il colore, aumentare anche la difficoltà.

La resistenza elastica ha fatto la sua comparsa durante le Olimpiadi di Roma del 1960, quando alcuni atleti effettuavano il riscaldamento muscolare utilizzando camere d’aria per bicicletta. Attrezzi rudimentali che l’industria del fitness ha saputo trasformare nelle bande in lattice colorato dei nostri giorni. Il lattice è un prodotto naturale estratto dall’albero della gomma che si trova nelle foreste tropicali asiatiche, della Malaysia e dello Sri Lanka in particolare. Potrebbe essere causa di reazioni allergiche al contatto, e per questo motivo possiamo reperire sul mercato fasce elastiche prive di lattice.

Chi svolge esercizi, per motivi sportivi o di riabilitazione post-traumatica si basa sul tipo di contrazione muscolare che intende ottenere: la contrazione isometrica avviene senza movimento delle articolazioni, la contrazione isotonica avviene con movimento dell’articolazione a carico costante e velocità variabile, e la contrazione isocinetica avviene con movimento articolare a velocità costante e carico variabile.  Invece, quando si svolgono esercizi muscolari a resistenza elastica non si rientra in nessuno dei casi sopra elencati. È una modalità di esercizio diversa, dove durante il movimento articolare il carico aumenta per l’allungamento della banda elastica. Per certi versi questo è molto più vicino a quanto accade nei gesti che svolgiamo nella vita di tutti i giorni. Tale peculiarità, unita al basso costo, alla versatilità e alla semplicità d’utilizzo, rendono l’uso degli elastici sicuro ed efficace in riabilitazione ortopedica, sia per gli atleti che per gli anziani.

Presso lo studio Fisioredi di Milano, abbiamo incontrato la dott.ssa Tempino, ideatrice di un protocollo di esercizi inediti nato dalla fusione del Pilates Matwork, esercizi a corpo libero, con l’utilizzo delle fasce a resistenza elastica.

 

Da dove nasce l’idea dell’utilizzo delle fasce a resistenza elastica con il Pilates Matwork?

In realtà le bande elastiche trovano un’ampia applicazione già da tempo sia in ambito sportivo che riabilitativo. La mia formazione in scienze delle attività motorie e in fisioterapia e, in seguito, la mia esperienza come istruttrice del metodo Pilates mi hanno portato alla continua ricerca e sperimentazione di esercizi a corpo libero o che prevedano l’utilizzo di attrezzi.

Gli esercizi del Pilates Matwork sono una sequenza di esercizi a corpo libero già codificata, suddivisa in più livelli e scelti in base al grado di preparazione fisica di chi li esegue. Le bande elastiche, sono un prodotto versatile e facile da utilizzare. Questo nuovo approccio al metodo Pilates, che ho chiamato “TheraPylates”, prevede l’impiego di una banda elastica a loop consecutivi. Grazie a questo innovativo elastico e alla presenza degli anelli consecutivi, mani e piedi possono essere inseriti simultaneamente sollecitando così il corpo nella sua globalità.

Quali benefìci si possono ottenere?

Gli esercizi possono avere uno scopo terapeutico o di prevenzione, o semplicemente essere mirati al raggiungimento di un benessere psico-fisico generale. In sostanza, dipendono dalle necessità fisiche, e non solo, di chi abbiamo di fronte. Un paziente che viene in studio per un mal di schiena e, grazie agli esercizi svolti raggiunge un buon risultato in termini di riduzione o scomparsa del dolore, può continuare ad allenarsi per mantenere i benefici ottenuti. 

Sono esercizi che possono essere svolti a casa?

Per poter essere svolti autonomamente, gli esercizi presuppongono sia l’apprendimento dei principi base del metodo Pilates (controllo motorio, stabilità del baricentro, precisione, concentrazione, fluidità del movimento e respirazione) sia una preparazione propedeutica. L’utilizzo della resistenza elastica a loop consecutivi richiede inizialmente una pratica assistita. Solo dopo un adeguato periodo di affiancamento, gli esercizi possono essere svolti a casa in sicurezza e autonomia.

Quali sono i soggetti che posso trarre maggiore beneficio?

Chiunque può trarre beneficio. L’utilizzo della resistenza elastica a loop consecutivi ha lo scopo di: aumentare la forza muscolare; migliorare la flessibilità articolare e l’elasticità; migliorare la coordinazione motoria e l’equilibrio; migliorare il controllo del baricentro e il controllo motorio generale; migliorare l’allineamento posturale; alleviare dolori muscolari e articolari; ristabilire la funzione diaframmatica, migliorare la percezione corporea, etc. 

Ci sono controindicazioni?

Alcuni esercizi richiedono precauzioni e per alcuni vi sono controindicazioni. Una scrupolosa raccolta di dati anamnestici e un’attenta valutazione iniziale sono indispensabili per svolgere gli esercizi in sicurezza e per ideare un programma di allenamento individuale.

 

La sequenza di esercizi sta riscontrando interesse nel mondo medico perché a ogni singolo esercizio corrispondono un programma rieducativo e un percorso di allenamento. Il manuale di esercizi “La resistenza elastica nel recupero e miglioramento della forza” è edito da Sintesi Infomedica e ha come con guest editor il dott. Stefano Respizzi, Direttore di Dipartimento Riabilitazione e Recupero Funzionale dell’Humanitas.

Il protocollo è stato identificato con il marchio TheraPylates, e si sono aperti i canali social di Instagram e Facebook  e un sito internet (www.therapylates.it) per offrire ai pazienti anche  una continua interazione a distanza.

Stefano Rovelli

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CHEMIO WORLD E LA VITA DOPO IL CANCRO

CHEMIO WORLD E LA VITA DOPO IL CANCRO

In questo momento di difficoltà sanitaria e sociale, abbiamo scoperto la valenza dei social e la loro capacità democratica di permeare in modo trasversale la società. Non solo influencer o frivoli balletti che strappano ilarità, ma anche tanti contenuti informativi utili per la nostra vita quotidiana.

L’indice scorre rapido sullo schermo dello smartphone, fino a quando appare Chemio World: si parla in modo semplice delle problematiche che le donne affette da tumore alla mammella devono affrontare, dei dubbi e delle tante paure di chi si sottopone alla chemioterapia.

Frasi di donne e uomini che hanno fatto la storia nella propria professione e racconti di vita: testimonianze di chi ce l’ha fatta. Di chi non si è lasciato sopraffare dalla malattia, perché “non si può battere una persona che non si arrende mai”, per citare una frase del giocatore di baseball statunitense Babe Ruth.

Chemio World è incline a fare rete con altre community e associazioni che operano nel settore, perché quando emerge una esigenza bisogna avere la consapevolezza dei propri limiti e la capacità di avvalersi dell’aiuto prezioso di esperti professionisti in psicologia, farmacia, alimentazione, estetica, fitness e non solo.

La storia di Chemio World si fonda sull’emozione, sui sentimenti, sull’amicizia, sulla passione, sulla ricerca e sulla voglia di condividere le esperienze personali per aiutare altre donne. Chemio World, infatti, è nata dall’esperienza personale di Monica e Valentina.

Monica, 35 anni e una laurea in Fisioterapia, ha un sorriso che riempie lo spazio, che ti circonda e ti infonde serenità. Le abbiamo rivolto qualche domanda.

 

Com’è nata l’idea di Chemio World?

Ho avuto la diagnosi di tumore alla mammella a luglio, nel 2020, esattamente tra il 23 e il 28, e compresi che avrei dovuto sottopormi a un intervento chirurgico. Ho iniziato immediatamente a informarmi sulle modalità con le quali potevo partecipare attivamente alla cura. Ci sono una serie di strategie da mettere in atto per rendere più efficace la terapia.

È molto importante diminuire lo stress, risultato che si può ottenere con la meditazione, con le sedute psicoterapiche, con l’esercizio fisico, lo Yoga o la riflessologia plantare; non esiste una tecnica che valga più delle altre, ognuno scelga quella che ritiene più idonea. Mentre è fondamentale l’alimentazione, perché è accertato che nel 40% dei casi una corretta alimentazione aiuta a ridurre la progressione della malattia. Da subito ho intrapreso una assunzione degli alimenti secondo il regime che mi ha indicato il medico dell’Istituto dei Tumori di Milano.

Ho iniziato a comprare tantissimi libri e ho cominciato a informarmi su tutti gli aspetti del tumore e soprattutto su come affrontare la chemioterapia e su cosa io avrei potuto fare. Non volevo subire passivamente ma essere parte attiva per aumentarne l’efficacia e contrastare gli inevitabili effetti collaterali. Quindi mi sono documentata riguardo agli effetti tossici che potevano manifestarsi a livello cutaneo e a come avrei potuto intervenire per curarli. La pelle si desquama, si rovinano le unghie, cadono i capelli, le sopracciglia e le ciglia, ma ho scoperto che ci sono tanti rimedi utili a contrastare tali effetti. Possono anche manifestarsi diversi tipi di allergie, quindi è indispensabile l’utilizzo di prodotti naturali e possibilmente biologici. Ho iniziato a contattare delle aziende e a studiare i loro prodotti, leggendo gli ingredienti, e analizzandoli nel singolo dettaglio. Ho scoperto in Italia laboratori artigianali che producono piccoli lotti di prodotti di altissima qualità. Creme realizzate a base di latte di asina, o di olio di Argan, e spugne per la detersione profonda del viso provenienti dallo splendido mare della Sicilia.

Ho cominciato a condividere questa mia esperienza con mia cognata Valentina che vive a Shangai. È stata proprio lei che mi ha prima consigliato di condividere queste mie ricerche ed esperienze dirette con gli altri malati, e poi mi ha supportato nel mettere in atto questo progetto. Lei è stata la mente che ha creato il tutto.

Valentina, laureata in scienze linguistiche per le relazioni internazionali, con specializzazione in social media marketing, ha creato la community e mi spronava a scrivere. Era un momento difficile in cui io non riuscivo a fare nulla, perché c’è una prima fase, dopo la diagnosi, in cui si è completamente pietrificati.

Arriva il giorno dell’intervento, ci sono poi complicazioni post-operatorie che mi costringono a un ricovero di un mese e mezzo. Inizio il primo ciclo di chemioterapia. Devastante, la chemio rossa, la più aggressiva! In quella fase non riuscivo né a scrivere, né a espormi attraverso le foto, e così lo fece lei. Valentina era la mia mano, io le inviavo i messaggi e lei pensava a tutto. È da quel momento che nacque la community.

La scelta del nome Chemio World (@chemio_world) è dovuta alla volontà di riunire tutte le ragazze, le donne e i care giver che affrontano la tematica della chemioterapia.

 

Le storie che riempiono la community sono ricche di emozioni e di sentimenti, quali quelli che ti hanno investita dopo la diagnosi di tumore al seno?

Ero in vacanza a Viareggio, quando ho prenotato una ecografia di controllo perché da una decina di giorni sentivo un piccolo nodulo al seno. Mentre ero sdraiata sul lettino a fare l’esame ecografico, il medico si è alzato ed è andato a chiamare un senologo in ospedale. Al suo ritorno mi consiglia una visita di approfondimento all’ospedale della Versilia. In quel momento ho capito che c’era qualcosa che non andava. Lì mi consigliano di fare un ago aspirato per il prelievo di alcune cellule da sottoporre all’esame citologico e comprendere la natura dell’alterazione mammaria.

Decido, così, di andare immediatamente a Milano e vengo visitata da un medico freddo e sprezzante che mi disse che lui doveva partire per le vacanze e se volevo togliere la massa estranea, in quel momento non avevamo ancora la certezza che fosse un tumore, avrei dovuto affrontare subito un intervento privatamente. Altrimenti sarei stata messa in lista di attesa per settembre. Il destino volle che il giorno dopo fossi visitata da un chirurgo senologo meraviglioso, di un’umanità incredibile, il dott. Alberto Testori dell’Humanitas. Il giorno stesso, il 29 luglio, feci l’ago aspirato, l’ecografia e la mammografia. Tornai dai miei bambini in Versilia; dopo cinque giorni feci una PET per escludere che ci fossero metastasi in giro. La bella notizia fu che non si evidenziarono metastasi, e la brutta che la massa tumorale era di ben 5,2 cm e avrebbe richiesto una mastectomia totale.

Tornata al mare, pensavo che non ce l’avrei fatta e che sarei morta, on-line si trovano racconti di donne che non ce l’hanno fatta, che dopo due anni vanno in metastasi, e il rischio di avere recidive è alto. Continuavo a piangere e a stringere forte i miei figli, guardavo i bambini e pensavo che il tempo a disposizione sarebbe stato poco e non li avrei visti crescere. Questi timori li ho ancora, però adesso ho imparato a gestirli, a tenerli a freno.

Fui investita da un sentimento di rabbia: cavolo con tutto il bene che ho fatto, sono una brava persona, mi impegno nelle cose e aiuto sempre tutti, proprio a me! Però credo che queste cose le pensino tutte. Ho imparato a gestire gli impulsi emotivi, grazie a questa tremenda disgrazia sono cambiata e ho imparato ad apprezzare di più la vita.

E poi la paura. La paura di morire, la paura delle terapie e di tutti i farmaci che comportano, la paura di non riuscire più a guardarmi allo specchio, la paura di toccarmi il seno che non c’è più e di toccare la cicatrice. Mi hanno messo una protesi, la gente pensa che la mastectomia sia come rifarsi il seno, invece è completamente diverso non c’è nessun paragone. Ti tolgono tutto, tolgono tutta la ghiandola, quando tocchi senti il silicone, con le sue pieghe, il seno è freddo, asettico, immobile.

Ho scritto le emozioni che ho provato, la community è stato un modo di liberarmi, e poi ho visto che tutte le donne hanno condiviso le stesse sensazioni, la malattia ci lega tutte con un comune denominatore.

 

La community cresce e sembra proprio che sia intenzionata a gettare le basi per un futuro lungo e rigoglioso. Da pochi mesi si è unita Virginia, aspirante notaio, export manager, con all’attivo 3 start up.

Sono approdata in Chemio World grazie a Valentina, che ho conosciuto durante la mia ultima esperienza di lavoro. Appena Valentina mi ha raccontato il progetto non ho potuto che propormi e caldeggiare la possibilità di partecipare. Abbiamo unito l’utile al dilettevole, nel senso che io ho portato il mio know-how per la creazione di una startup e dall’altra parte ho trovato un progetto bellissimo di grandissima umanità, e due persone meravigliose. Un progetto che sento mio anche se è stato partorito da Monica e Valentina.

Attraverso i canali Facebook e soprattutto Instagram (@chemio_world), la community continuerà a veicolare messaggi e a offrire supporto a tutte le donne che affrontano i traumi e gli effetti della malattia, ma siamo certi che nel breve periodo ci saranno delle sorprendenti novità.

“La forza delle donne deriva da qualcosa che la psicologia non può spiegare. Gli uomini possono essere analizzati, le donne…solo adorate!”. È una citazione di Oscar Wilde e resta sempre attuale.

Stefano Rovelli

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