È la donna più desiderata al mondo. Bionda e con occhi azzurri. Sorriso che incanta. Voce calda e suadente, che risuona in un inglese fluido, accompagnata da dolci melodie. Simbolo di femminilità, fascino e stile che, decenni dopo, continua a ispirare l’industria della moda e della bellezza. Intere generazioni hanno sfogliato riviste illustrate, ammirato poster colorati e immagini incorniciate sulle pareti dei caffè e nelle vetrine. Lei è Marilyn Monroe. Per molti, non era solo la star del cinema, era un’icona culturale, l’incarnazione del sogno che l’America e l’Occidente offrivano al mondo a metà del XX secolo; un sogno intriso di bellezza, eleganza, fama e un fascino che ha superato i confini del tempo.

Una bellezza leggendaria considerata uno dei modelli più duraturi di eleganza e femminilità al punto che, ancora oggi, molti stilisti, marchi di abbigliamento e appassionati di moda traggono ispirazione dai modelli dei suoi abiti, dalle sue acconciature e dal suo inconfondibile stile.

Dal 21 aprile al 26 giugno 2026, in occasione del centenario della nascita di Marilyn, il museo MUDEC di Milano ha ospitato la mostra fotografica “Beyond The Icon Marilyn Monroe”. Un’ esposizione che, con un’atmosfera ispirata al clima degli anni Cinquanta, ha trasportato i visitatori nell’epoca d’oro di Hollywood. Questo evento è stato curato e organizzato dal marchio di abbigliamento GUESS e, accanto a una serie di immagini storiche, è stata esposta anche una collezione di abiti ispirati ai look più celebri di Marilyn. Un tentativo di avvicinare il sogno dello stile di vita e della bellezza hollywoodiana alle generazioni che rimangono tuttora affascinate dalla sua elegante e seducente semplicità.

Per GUESS, Marilyn è la musa originale e l’ispirazione fondamentale, tanto che il primo capo in denim del brand portava il suo nome. Uno dei loro scatti fotografici più celebri si ispirava al film “Gli Spostati” (The Misfits – 1961). Scritto da Arthur Miller per Marilyn e diretto da John Huston nel deserto del Nevada. Questa pellicola rappresentava l’ultimo capitolo completato della sua carriera artistica, il momento in cui il mito di Monroe si fuse con l’immaginario americano intriso di libertà, fragilità e della vastità dei paesaggi naturali. Fu esattamente nel cuore di questa atmosfera che il marchio GUESS riconobbe il proprio peculiare linguaggio visivo. Marilyn Monroe era un’invenzione e una creazione di se stessa e, dietro le quinte, si comincia a comprendere come quell’immagine venisse concepita, negoziata e controllata. Era l’invenzione di se stessa e questa mostra ne racconta le modalità.

In esposizione le opere di tre dei fotografi più rinomati del settore:

 “The Birth of the Cinema Star” di B. Bernard of Hollywood

 “The Woman Behind the Mith” di Sam Shaw

 “The Eternal Icon” di Milton H. Greene

Ciascuna di queste collezioni fotografiche offre una narrazione diversa di Marilyn: dalla nascita di una stella del cinema, un mito, alla donna con sentimenti, dubbi e aspirazioni personali.

L’immagine di Marilyn in una vasca da bagno piena di bolle di sapone, di Marilyn che si asciuga i capelli, che si trucca allo specchio o che si copre il viso per non essere fotografata, e altre immagini forse finora meno note. Non una semplice raccolta di fotografie, ma l’opportunità di rievocare ricordi, ripercorrere un frammento di storia del cinema e della moda, e incontrare di nuovo un volto che, decenni dopo la sua scomparsa, continua a vivere nella memoria culturale del mondo. Ci sono anche i celebri scatti con “la gonna bianca”, sono foto di Bernard che era a New York, nel 1954, per  fotografare Marilyn durante le riprese di “Quando la moglie va in vacanza”. La notte della celebre scena della gonna che si solleva su Lexington Avenue, è tra i fotografi presenti e quando la sequenza viene replicata in condizioni controllate su un set a Los Angeles, Bernard è di nuovo lì. Bruno Bernard era un rifugiato dal nazismo fuggito da Berlino nel 1937 con un dottorato in psicologia criminale e una Rolleiflex, lui incontra Norma Jeane a Hollywood quasi 10 anni dopo il suo arrivo negli USA. La donna che Bernard aveva davanti uscendo dallo studio di un dentista non era ancora Marilyn Monroe. Norma Jeane grazie a Bernard aveva imparato a calibrare la relazione tra corpo, luce e inquadratura.

Con Milton H. Greene il rapporto tra Monroe e la fotografia raggiunge la sua fase più matura.  Soggetto e fotografo diventano partner in affari. Nel 1953, Greene, celebre per le sue fotografie di moda su Harper’s Bazaar e Vogue (noto come ‘il ragazzo prodigio della fotografia a colori’), fotografa Marilyn per “Look Magazine”.  L’intesa e la connessione tra loro furono immediate e spontane. “L’unica cosa che ho fatto è stata credere in lei. Era una persona straordinaria, affettuosa e meravigliosa, e penso che poche persone l’abbiano compresa davvero”, affermò Greene.  Questa prima sessione fotografica segnò l’inizio di innumerevoli altri incontri, nonché la formazione di una partnership unica tra il fotografo e il suo soggetto; una collaborazione che portò infine alla fondazione di una casa di produzione cinematografica.

Nelle sessioni fotografiche con Greene, Marilyn sperimentava ciò che il cinema le negava: diventare le diverse versioni di sé che immaginava. Posa nelle vesti di una gitana chiaroveggente, di una ragazza di campagna e di una ballerina. Le domeniche pomeriggio, quando gli studi della Fox erano deserti e silenziosi, faceva incursioni nel reparto costumi ed entrava nella parte indossando abiti diversi. La maggior parte di queste foto non erano commissionate. “Erano come due bambini in un parco giochi”, affermava Joshua Greene, figlio di Milton.

Era l’epoca in cui Marilyn, stanca dei ruoli da “bionda svampita” e dei compensi umilianti, aveva deciso di prendere in mano le redini della propria carriera artistica. Si era trasferita a New York, si era iscritta all’Actors Studio di Lee Strasberg e, come primo passo in questa nuova città, aveva aperto un conto in una libreria.

In quattro anni, Greene scattò a Marilyn oltre 5 mila fotografie, e tra i due si instaurò un legame intenso. L’archivio di Greene è unico nel suo genere: Monroe è co-autrice della sua rappresentazione; un’immagine molto più ampia, variegata e duratura di qualsiasi opera della sua filmografia. 

Marilyn aveva compreso perfettamente che l’obiettivo della macchina fotografica era il suo vero palcoscenico. Sul set cinematografico, era solo una voce tra molte; registi, sceneggiatori e montatori plasmavano il risultato finale. Davanti alla macchina fotografica, invece, questo scambio avveniva unicamente tra due interlocutori, e in tale dialogo Marilyn non era mai passiva. Sceglieva la luce, correggeva l’angolazione e calibrava i propri movimenti in modo così preciso e calcolato da rimanere perfettamente a fuoco senza che il fotografo dovesse regolare l’obiettivo. Sapeva quale versione di sé avrebbe prodotto ogni singolo fotogramma e, in alcune sessioni, distruggeva i negativi che non corrispondevano alla sua visione. Questa collaborazione era assolutamente autentica e la creatività era condivisa. “Un fenomeno della fotografia più che del cinema”, affermó Jeanine Basinger, storica del cinema.

Truman Capote raccontò che un giorno l’aveva sorpresa a fissarsi allo specchio e le chiese cosa stesse facendo. Marilyn rispose: “La sto guardando”. Parlava di Marilyn come di un’altra persona; un personaggio che abitava il suo corpo e che poteva evocare o congedare a suo piacimento. Si racconta che fosse in grado di camminare completamente inosservata e senza attirare l’attenzione per le strade di New York, per poi trasformarsi in un istante, alterando la postura, lo sguardo e l’andatura, fino a essere immediatamente riconosciuta. Diceva: “Avevo voglia di essere Marilyn Monroe per un momento”. Proprio questa profonda distinzione tra “Norma Jeane” e “Marilyn” era al centro di tutto: una maschera e un progetto.

Sulle pareti alternate alle foto, spiccano anche alcune delle celebri citazioni di Marilyn Monroe, come: “I never wanted to be Marlyn – it just happened. Marilyn’s like a veil I wear over Norma Jeane”, cioè “Non ho mai voluto essere Marilyn – è semplicemente accaduto. Marilyn è come un velo che indosso sopra Norma Jeane”. E forse proprio questa frase, più di qualsiasi immagine o sorriso, offre un ritratto più completo di una donna che il mondo per anni ha conosciuto solo attraverso una maschera incantatrice. O altra frase “Women who seek to be equal with men lack ambition”, cioè “Le donne che cercano di essere uguali agli uomini mancano di ambizione”.

Marilyn ha dimostrato come, anche senza vincere un Oscar, si può essere leggendari.

Babak Monazzami 

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Video e foto di Babak Monazzami

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