Nel Robin Hood della Disney, Robin ruba gli anelli dal dito del Principe John che ne baciava continuamente le grandi pietre e sfoggiava con arroganza davanti ai suoi sudditi i suoi anelli d’oro. Ma la scena madre avviene quando Robin Hood, nel buio della notte, sfila quegli anelli dalle dita del Principe Little John addormentato. Perdendo quei gioielli, il Principe perde anche la sua identità, la sua legittimità e la sua autorità. Quegli anelli esagerati erano, in realtà, un’armatura per nascondere le sue miserie e le sue insicurezze interiori. Questa immagine nostalgica non è semplicemente una fiaba per bambini, è piuttosto la più profonda lezione di psicologia sociale sul complesso rapporto tra gli uomini, il potere e i gioielli.

Un tema unico nel suo genere, descritto con un’accuratezza affascinante e coinvolgente nel libro “The Gentleman – Stile e gioielli al maschile”, scritto da Mara Cappelletti, Edito da White Star, famosa in Italia perché licenziataria della National Geographic e per la prima volta pubblica il catalogo di una mostra.

I gioielli citati e illustrati sono protagonisti della mostra inaugurata il 16 Gennaio a Palazzo Morando (Costume Moda Immagine), a Milano fino al 27 settembre. La mostra “The Gentleman – Stile e gioielli al maschile” è curata da Mara Cappelletti, storica del gioiello e da Gianluca Bovenzi per la parte moda. Insieme propongono un affascinante viaggio nella storia del gioiello maschile, tra estetica, identità e trasformazione dello stile. Il gioiello viene raccontato come espressione personale, funzionale, simbolica e culturale, dai cambiamenti avvenuti dal XVIII secolo fino all’epoca contemporanea. “Gli oggetti in mostra e presenti in catalogo tendenzialmente venivano indossati da coloro che ne erano proprietari, spesso questo non avveniva per i gioielli femminili. Alle donne, infatti, venivano regalati i monili o facevano parte dei tesori di famiglia e la proprietà restava dell’uomo: del padre, del marito…”, afferma Mara Cappelletti.

Nelle meticolose analisi dell’evoluzione dell’abbigliamento maschile, vediamo chiaramente che per l’élite i gioielli non sono mai stati solo uno strumento decorativo, ma un silenzioso simbolo di potere.  Nel Settecento, gli aristocratici, con le loro fibbie per scarpe incastonate di gioielli e le tabacchiere tempestate di diamanti, tracciavano spietatamente i confini di classe. Sapevano bene che gli occhi delle masse, prima ancora di ascoltare un ordine, rimanevano abbagliati dallo scintillio di oro e pietre preziose.

Con l’avvento del diciannovesimo secolo le élite compresero che la vera ricchezza non ha bisogno di gridare. La moda maschile si orientò verso un minimalismo strutturato (abiti scuri, dal taglio impeccabile e tessuti ineguagliabili) e i gioielli, gemelli da polso nascosti, sottili fermacravatte e orologi da taschino venivano estratti solo in momenti particolari. Si trattava di un astuto mimetismo aristocratico.

La psicoanalisi moderna interpreta questi comportamenti della classe benestante attraverso la lente dei “codici emotivi”. Per un uomo di potere, indossare un anello con sigillo (Signet Ring) non è semplicemente l’uso di un accessorio: è l’attivazione del codice paterno. Con questo anello, egli ostenta il peso della storia di una stirpe, la nobiltà d’animo e il legame con un ordine legislativo. D’altra parte, gli anelli di associazioni esclusive o i bottoni dei club privati risvegliano il codice fraterno, simbolo di appartenenza a una rete elitaria il cui accesso non si compra con il denaro, ma richiede sangue e lignaggio. Nel mondo di oggi, la classe agiata si serve dei gioielli per soddisfare il codice narcisistico, dove orologi o bracciali in edizione limitata diventano l’estensione fisica dell’ego maschile, rendendolo invincibile e distinto di fronte alle insicurezze del mondo moderno.

Nel libro si raccontano anche le storie di Cartier, Bvlgari, Margherita Burgener, Damiani, Demaldè, Grimoldi Milano, per citarne alcuni e in mostra alcuni dei loro gioielli.  C’è il ricordo del rapporto tra l’orafo Mario Buccellati e il poeta Gabriele d’Annunzio in una Milano dei primi decenni del Novecento. “… Buccellati, fondatore della celebre dinastia orafa, fu tra i gioiellieri prediletti dal poeta, che vedeva nell’oreficeria non un semplice mestiere, ma una forma di alta arte decorativa capace di dialogare con la poesia e con il mito. D’Annunzio, affascinato dalla raffinatezza e dalla lavorazione minuziosa dei gioielli Buccellati, amava definire l’orafo con appellativi solenni e teatrali: lo chiamava spesso ‘il Principe degli Orafi’ e si rivolgeva a lui con l’appellativo di ‘Mastro Paragon Coppella’…”.

C’è anche la narrazione su Annibale Cusi che apre la sua prima bottega a Milano, nel 1886, a due passi dal Duomo, in un periodo in cui la città, influenzata dal clima della Belle Époque parigina, si afferma come uno dei principali centri europei di creatività e innovazione artistica. “… Il momento di svolta arriva nel 1906 durante l’Esposizione Internazionale di Milano, quando Cusi ottiene il Gran Premio per le arti decorative con uno dei suoi capolavori più celebri: il collier “Maria Stuarda”. Interamente realizzato in platiuralium – una lega leggera e innovativa composta da platino, oro, argento e alluminio, ideata dallo stesso Annibale – questo collier articolato era tempestato da oltre 15.000 diamanti ed evocava la leggerezza e la preziosità di un pizzo finissimo. L’opera non solo consolidò la fama di Cusi come maestro orafo, ma gli aprì le porte delle corti reali: la maison divenne fornitore ufficiale di Sua Maestà il Re d’Italia…”. In mostra i gemelli in Oro bianco, perle Thaiti e diamanti.

“Il gioiello è un’opera d’arte, un’arte applicata. Nasce dalla creatività di un artigiano, di un’artista.  E questo è un aspetto che non viene spesso considerato”, afferma Mara Cappelletti.

Nel libro non si parla solo di mode e stile, si racconta anche dell’aiuto richiesto a seguito dell’invasione italiana dell’Etiopia (1935-1936) e delle sanzioni economiche inflitte all’Italia dalla Società delle Nazioni. “… La campagna “Oro alla Patria”, culminata nella Giornata della fede del 18 dicembre 1935, costituisce uno degli episodi più emblematici della mobilitazione simbolica e materiale promossa dal regime fascista durante la guerra d’Etiopia. L’iniziativa, che invitava i cittadini a donare oggetti preziosi allo Stato, ebbe una forte valenza economica ma soprattutto politica e rituale: la consegna della fede nuziale d’oro e la sua sostituzione con una fede in ferro trasformarono un oggetto privato in un segno pubblico di adesione al progetto nazionale… La raccolta ebbe dimensioni considerevoli: nel complesso furono consegnati oltre 33.000 kg di oro e più di 93.000 kg di argento, destinati a sostenere lo sforzo bellico e a compensare gli effetti delle sanzioni…”. In mostra dei gemelli in metallo del 1935, Collezione privata Picciali, Milano e una fede nuziale in ferro.

Interessante anche la narrazione della tassa sul celibato, introdotta nel 1927 e rimasta in vigore fino alla caduta del fascismo nel 1943. “… Tra la fine degli anni Venti e gli anni Trenta comparvero distintivi metallici, spesso smaltati o incisi, che indicavano l’avvenuto pagamento della tassa sul celibato. Non si trattava di oggetti ufficiali uniformi a livello nazionale, ma di una produzione varia, legata a enti locali, associazioni o contesti lavorativi. Queste spille potevano riportare scritte come “Meglio la tassa che la suocera”, “100 tasse ma non una moglie”, “La tassa ho pagato e la suocera ho eliminato”…”.

La mostra è prodotta “Stile e Storia” e patrocinata dal Ministero della Cultura, dall’Associazione Orafa Lombarda, dalla Camera Nazionale della Moda Italiana, da RAI Lombardia, dall’Università Degli Studi di Milano e in collaborazione con RAI Teche.

 

Articolo e video di Babak Monazzami

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