GARZE, RICAMI E DENIM SOSTENIBILE CON GIANNI LUPO

GARZE, RICAMI E DENIM SOSTENIBILE CON GIANNI LUPO

Siamo a Firenze e la seconda giornata della kermesse 108 di Pitti Uomo si conclusa da circa un’ora. Il sole al tramonto proietta lunghe ombre tra le volte storiche di Palazzo Ximènes Panciatichi. La sala si è immersa in una luce morbida, quasi cinematografica, mentre la passerella prende vita. 

Tutto è pronto per la collezione P/E 2026 di Gianni Lupo, brand nato in Toscana nel 2013 e frutto della visione di Gianni Jia, stilista di origini cinese.

In circa dieci anni di attività, il brand si è affermato con forza in Italia e all’estero. Oggi è presente in tutta Europa, con oltre 700 rivenditori e un prestigioso flagship store a Firenze.

La sfilata si è aperta con Romantic Mood, un inno alla delicatezza e all’eleganza senza tempo. Tessuti eterei abbracciano silhouette morbide; t-shirt e pantaloncini si arricchiscono di applicazioni impalpabili e ricami delicati, evocando un’eleganza gentile e curata. Le palette pastello, sospese tra bianco, rosa cipria e nero, incontrano il gusto dei Buyer e saranno tra le proposte della prossima stagione. Tra i tanti, anche nei negozi di Alessio Vastano che vanta diversi punti vendita in Toscana, lui è anche fondatore del brand Bobbin’s, anch’esso distribuito nei suoi shop.

In passerella è poi la volta di Nomadic Soul: motivi militari rivisitati incontrano il fascino del Desert Tiger, un pattern che sembra raccontare viaggi e terre lontane. Per le camicie, protagoniste indiscusse, vibrano in toni caldi e terrosi che vanno dall’Amber Haze al ruggine e portavano con sé un’anima artigianale fatta di garze e ricami tridimensionali. Qui l’energia prende il sopravvento.

E poi c’è il jeans, vero cuore della maison, centro del progetto, capo simbolo dell’abbigliamento maschile, elemento essenziale e trasversale del guardaroba contemporaneo. Con esso, Gianni Lupo ha scritto un nuovo capitolo e grazie alla collaborazione con REPREVE®  presenta un denim sostenibile, frutto del riciclo di bottiglie di plastica. La collaborazione è nata con la PE23 in cui propone la speciale capsule collection di denim in cotone misto elastan (quindi eco-nylon) riciclato e riciclabile. Una fibra brevettata che sottrae al flusso dei rifiuti circa 250 mila bottiglie all’ora e ad oggi REPREVE® conta sul proprio sito più di 40 miliardi di bottiglie di plastica riciclate.

“Minimizzare l’impatto ambientale non è stato solo un atto estetico, ma un segno tangibile di responsabilità, che noi stessi abbiamo percepito con convinzione”, afferma lo stilista.

Infine c’è la Double Label, la linea premium: volumi oversize, completi monocromatici, pantaloni cropped in felpa e maglia. Un linguaggio sartoriale che trasuda quiet luxury, perfetto per la clientela ricercata.

“La delicatezza romantica del mood iniziale, l’audacia della nomadic soul e l’eleganza sostenibile del denim sembravano perfetti per raccontare un uomo moderno, cosmopolita e consapevole stilisticamente”, afferma il buyer Alessio Vastano in uno scambio di opinioni.

Si esce dal cortile del palazzo con l’idea che questa collezione sarà per i clienti una promessa concreta fatta di stile, sostenibilità e visione.

Cristiano Gassani

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LA STORIA DELLA MARINIÈRE. UNA MAGLIA IRRIVERENTE E GENDERLESS

LA STORIA DELLA MARINIÈRE. UNA MAGLIA IRRIVERENTE E GENDERLESS

Lo stile da marinaio o navy, che dir si voglia, rappresenta un passepartout irrinunciabile del guardaroba estivo e la maglia a righe orizzontali blu e bianche (Marinière) è il capo che meglio identifica questo stile. La Marinière è detta anche Breton perché indossata dai pescatori in Gran Bretagna.

A partire dal 1600 gli indumenti a righe venivano chiamati “stoffe del Diavolo”ed erano destinati a una fascia di popolazione umile e marginale come: boia, giullari e prostitute. Tutte figure considerate contro la norma. Tale tessuto diventa anche l’elemento distintivo degli abiti dei carcerati perché mettendo le righe in verticale formano una gabbia, simbolo di prigione.

La simbologia, però, cambia durante la Rivoluzione Francese, quando le righe assumo un significato di emancipazione. Nasce così la Marinière e tutto avviene attraverso un decreto ministeriale del 1858 che impone la maglia a righe come divisa ufficiale dei marinai francesi. Il design originale prevede 21 strisce blu su fondo bianco, scollo a barchetta e maniche a tre quarti. Il colore blu delle righe rappresenta le vittorie di Napoleone Bonaparte, e la scelta cromatica non era casuale: il blu infatti era facilmente visibile in mare. Le righe, inoltre, consentono di ridurre l’uso dell’indaco che in quel periodo costava molto caro.

A portare la maglia a righe nei nostri armadi, invece, è stata Coco Chanel. La lancia nel 1913 durante una vacanza a Deauville, in Normandia, e la trasforma in pochissimo tempo in un simbolo dello stile chic balneare. Una giornalista afferma: “Chanel ha lanciato la moda povera, ha fatto entrare al Ritz i maglioni dei teppisti”.

A dare il successo internazionale alla Marinière sono state anche le star del passato. Verso la fine degli anni ‘40, Marilyn Monroe posa per alcuni scatti in riva al mare, a Santa Monica, proprio con questo capo in versione rossa. Mentre Audrey Hepburn amava sfoggiarla nella vita di tutti giorni. Amatissimo dal jet set, il capo è arrivato sul grande schermo. A darle risalto sono due pellicole di Jean Luc Godard. In “Fino all’ultimo respiro” del 1960 è Jean Seberg a interpretarla con un pantalone con risvolti e capelli cortissimi, mentre Brigitte Bardot la indossa nel film “Il Disprezzo” del 1963. Sull’altra sponda dell’Atlantico, la maglia a righe viene indossata anche con look rock. Patti Smith negli anni ‘70 si esibisce a New York abbinando la maglia Breton a un paio di semplici jeans, mentre negli anni ‘90 Kurt Cobain la declina in stile grunge.

È Jean-Paul Gaultier a consacrare la maglia Marinière nell’immaginario fluido e genderless. Lo stilista, infatti, rimane folgorato da un film che cambia per sempre la sua narrazione stilistica: “Querelle de Brest” del 1982. La pellicola racconta le follie dell’affascinante marinaio Querelle tra amori omosessuali, perversioni e contrabbando di droga. Gaultier converte così la sensualità del marinaio in una serie di virtuose rielaborazioni della maglia a righe, fino alla creazione della boccetta della sua prima fragranza maschile: Le Male. Il flacone iconico è ispirato alla forma del corpo maschile vestito alla marinara. Le maglie Breton firmate Jean-Paul Gaultier sono abbinate a stampe e fantasie, a cappelli da marinaio e capi privi di genere che esprimono irriverenza e diversità.

Nel corso dei secoli, la maglia a righe blu e bianche ha subìto numerose trasformazioni e assunto svariate connotazioni dimostrando di essere un capo camaleontico, irriverente e trasversale. Di fatto, un capo adatto a tutte e a tutti.

Simone Lucci

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PRADA ACQUISTA VERSACE. IL BRAND DELLA MEDUSA TORNA IN ITALIA

PRADA ACQUISTA VERSACE. IL BRAND DELLA MEDUSA TORNA IN ITALIA

Il 1° aprile 2025, Donatella Versace lascia la direzione creativa di Versace dopo 28 anni e assume il ruolo di chief brand ambassador. Al suo posto è subentrato Dario Vitale, ex direttore creativo di Miu Miu. Se ne parlava da tempo, pertanto la decisione non è stata un fulmine a ciel sereno. Non sorprendono nemmeno i tempi in cui è avvenuto il cambio, perché dopo la fashion week era il momento giusto per comunicare l’ingresso, già previsto, di Vitale.

È sempre Donatella, il 10 aprile, ad annunciare con un post sui social che il Gruppo Prada ha acquisito il 100% di Versace da Capri Holdings, colosso americano che opera nel settore moda, per un valore di 1,25 miliardi di euro dopo settimane di trattative. Insomma, il brand della Medusa torna in Italia dopo 7 anni e come assicura Patrizio Bertelli, Presidente del Gruppo Prada: “L’estetica audace e senza tempo di Versace avrà una continuità”. L’operazione segna la nascita di un nuovo colosso del lusso italiano, con un fatturato combinato di oltre 6,4 miliardi di euro annui, e rafforza la posizione di Prada come uno dei principali player globali del settore. “Siamo pronti per questo nuovo capitolo. Amiamo il brand, abbiamo un sacco di idee. Abbiamo un piano e soprattutto un team”, ha dichiarato il ceo di Prada Andrea Guerra, sottolineando che Versace manterrà la propria identità. Un concetto ribadito anche da Lorenzo Bertelli, figlio di Miuccia Prada e Patrizio Bertelli, oggi alla guida della strategia CSR del gruppo: “Siamo consapevoli che Versace ha caratteristiche diverse dai nostri brand, ma non faremo una rivoluzione. Lavoreremo con rispetto e visione di lungo termine”.

L’estetica riconoscibile di Versace nasce nel 1978 quando Gianni Versace fonda la sua Maison con il fratello Santo e Claudio Luti a colpi di stampe, drappeggi, maglie metalliche e modelli carichi di sensualità, infatti lo stesso stilista aveva affermato: “Quando le persone guarderanno Versace dovranno sentirsi atterrite, pietrificate, proprio come quando si guarda negli occhi la Medusa”. Nasce così un brand iconico durante la prima sfilata presso la Permanente di Milano. Con le sue collezioni in grado di esaltare il corpo di ogni donna, Gianni Versace segna profondamente gli anni ’80 e ’90. Al suo fianco, ben presto, troviamo anche sua sorella Donatella Versace che diventa lei stessa ambasciatrice del marchio.

Negli anni ’80, Gianni Versace è il primo stilista a utilizzare l’oroton, il tessuto tecnologico per realizzare una serie di abiti. Si tratta di una particolare maglia metallica che, a differenza dell’armatura scelta da Paco Rabanne, mostra una mano morbida e un peso leggero per creare dei vestiti oro e argento. In breve, questi abiti diventano un segno distintivo del suo stile, riproposti in chiave artistica citando Klimt o per valorizzare la figura di Patty Pravo al Festival di Sanremo 1984.

Lo stilista calabrese propone, poi, stampe psichedeliche, riferimenti all’arte Classica Greca e Barocca. Durante il suo viaggio a New York scopre l’influenza della pop art e così decide di realizzare una collezione che rende omaggio a Andy Warhol. Nel 1991, infatti, porta in passerella abiti coloratissimi e carichi d’ironia con stampe che riproducono James Dean e Marilyn Monroe.

Negli anni ’90 si guardava al minimalismo e Versace propone il nero totale, ma lontano dall’austerità realizzando una collezione post punk, dove l’assenza del colore è dominata da dettagli bondage e spille da balia XL che chiudono tagli e gli abiti sono enfatizzati da provocanti scollature e vertiginosi spacchi. A consacrare il brand della Medusa sul red carpet internazionale è Elizabeth Hurley quando, nel 1994, accompagna Hugh Grant indossando il Pin Dress, una delle creazioni Versace.

La direzione creativa di Gianni Versace si interrompe bruscamente il 15 luglio 1997, quando lo stilista cinquantenne viene colpito da due colpi di pistola sugli scalini della propria abitazione a Miami Beach. Da quel momento è Donatella ad assumere la direzione creativa per quasi trent’anni, ora è giunto di il momento di scrivere un nuovo capitolo.

Simone Lucci

ABITI HAUTE COUTURE IN DENIM FIRMATI ELIE SAAB

ABITI HAUTE COUTURE IN DENIM FIRMATI ELIE SAAB

Il 20 gennaio si è conclusa la Paris Haute Couture Week e il demin, un materiale solitamente non utilizzato nell’alta moda, è stato il protagonista della collezione di Elie Saab. Un sari, tre abiti senza spalline, una tuta scintillante e un vestito ampio con lo spacco sui fianchi sono i capi nell’iconica tela denim indossati da sei modelle durante la sfilata e tutti rifiniti con cristalli e ricami floreali.

Inizialmente, con il denim si realizzavano gli abiti da lavoro per gli operai. Nell’Ottocento, infatti, l’imprenditore tedesco Levi Strauss si trasferisce negli Stati Uniti e nel 1851 fonda a San Francisco un’azienda per produrre capi per i cercatori d’oro. Con il passare degli anni, i jeans diventano un capo d’abbigliamento alla moda apprezzato soprattutto dai giovani, ispirati a loro volta da icone del cinema e della musica. Negli anni ’60, al tempo della contestazione giovanile, il jeans rappresenta un simbolo della controcultura, contrapposto agli abiti più formali imposti dalla società. Il denim entra poi nelle collezioni prêt-à-porter e 2025 nell’alta moda grazie a Saab, perché chi meglio di lui conosce l’Haute Couture?

Elie Saab è un designer di origine libanese che domina e vende più alta moda e veste le principesse di tutto il mondo, tra cui Rania di Giordania, Claire di Lussemburgo, Beatrice di York e Madeleine di Svezia. È definito da molti uno stakanovista e il suo più grande desiderio è quello di allungare le giornate per riuscire a fare ancora di più. Elie Saab nasce a Damour, in Libano, il 4 luglio 1964. A nove anni inizia a confezionare abiti per le sorelle con i pizzi e i ricami trovati nell’armadio della madre. Tutti sono impressionati dal suo talento tanto che le vicine di casa e le amiche di famiglia diventano le sue prime clienti. Compiuti 18 anni e dopo un solo anno di scuola a Parigi, Saab apre un atelier nel paese natale esordendo con la prima collezione al Casinò di Beirut che gli spalanca le porte a una carriera internazionale e con la quale riceve il Premio della Critica. Nel 1997, è l’unico stilista non italiano a essere invitato come membro della Camera Nazionale della Moda Italiana per la presentazione delle sue creazioni durante la settimana di Alta Moda a Roma. Un anno più tardi debutta a Milano con la prima collezione di prêt-à-porter. Dal 2005 le sue sfilate si trasferiscono a Parigi e, in questo stesso anno per sottolineare il suo profondo legame con il Libano, viene costruito in una delle zone più eleganti di Beirut un palazzo di cinque piani per accogliere i laboratori della maison. Dal 2006, invece, entra a far parte della Chambre Syndicale de la Haute Couture. È il primo arabo a essere ammesso. Saab conquista anche il mercato americano in quanto diventa uno degli stilisti preferiti dalle star di Hollywood: Emma Watson, Angelina Jolie, Dakota Fanning, Scarlett Johansson, Sarah Jessica Parker e Nicole Kidman sono solo alcune tra le attrici a indossare i sui vestiti durante i red carpet. Nel 2002 è anche il primo designer libanese a vestire una vincitrice agli Oscar, Halle Berry conquista la statuetta come miglior attrice protagonista per il film Monster’s Ball – L’ombra della vita. Nel 2016, Saab è apparso come giudice nel programma televisivo Project Runway: Middle East, e a partire dal marzo 2017, i suoi abiti prêt-à-porter si trovano nelle boutique di tutto il mondo, mentre le sue collezioni di Haute Couture sono disponibili a Parigi, a Londra e a Beirut. Tre città, in cui da quest’anno si possono ammirare e, per alcune fortunate anche acquistare, i suoi abiti d’alta moda in denim.

Simone Lucci

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COWBOY URBANO: LO STILE WESTERN CONQUISTA LA MODA MASCHILE

COWBOY URBANO: LO STILE WESTERN CONQUISTA LA MODA MASCHILE

Il selvaggio West ha da sempre esercitato un fascino magnetico nell’immaginario collettivo, e continua a influenzare non solo il cinema e i fumetti, ma anche il mondo della moda.

Dai volti indimenticabili di John Wayne e Gary Cooper (simboli dell’eroe solitario e del senso di giustizia nelle praterie), ai richiami pop di film cult come Ritorno al Futuro III,  la narrativa western ha creato uno stile cowboy. Da una parte John Wayne che rappresentava il carismatico “Duke” del vecchio West, simbolo di una moralità solida e imponente in capolavori come Sentieri Selvaggi, e dall’altra Gary Cooper che incarnava l’eroe vulnerabile e determinato di Mezzogiorno di Fuoco, in cui si affronta il dilemma tra responsabilità personale e comunitaria, hanno lasciato entrambi “un’eredità visiva”.

I cappelli Stetson, i lunghi cappotti di pelle e gli iconici stivali da cowboy. La moda maschile attuale rilegge questi simboli con un tocco urban e contemporaneo, celebrando il fascino selvaggio del West in chiave moderna. Si ripropongono, infatti, oggi nelle passerelle delle grandi maison. Scopriamo insieme come questo stile, che mescola tradizione e innovazione, sta conquistando il guardaroba dell’uomo moderno.

Negli ultimi anni i richiami al mondo western hanno guadagnato terreno anche nelle collezioni di alta moda. Marchi come Maison Margiela e Y/Project hanno portato in passerella giacche in pelle con frange, bandane e cinture con maxi fibbie, segnando un ritorno alle origini della frontiera americana. Louis Vuitton, Dsquared2, Kolor e Bode hanno contribuito a consolidare questa estetica, portando elementi western anche nell’ambito urban. Persino collaborazioni come quella il brand Polo Ralph Lauren e Naiomi Glasses o la collezione Resort 2024 di Balmain hanno reso omaggio al fascino senza tempo del far-west.

Balmain, in particolare, ha saputo unire la precisione sartoriale parigina con l’irriverenza dello stile rodeo. Il risultato è una collezione ricca di lavorazioni preziose, pellami di qualità e dettagli decorativi sorprendenti, perfetta per chi cerca un look ricercato ma audace.

Gli stivali texani sono il fulcro di questa tendenza. Da Milano a Londra, passando per Parigi, si sono affermati come un must-have. Non mancano le reinterpretazioni: in pelle di serpente, bianchi e minimal, o neri e aggressivi, firmati da marchi come H&M Studio, Calvin Klein e Givenchy.

Per chi non ama i camperos, sneakers e mocassini con dettagli in pelle di serpente in pieno stile western, offrono un’alternativa pratica senza rinunciare al tema.

L’estetica di questa tendenza si declina anche in giacche in pelle morbida, pantaloni decorati con macro fibbie e tessuti denim, lunghi cappotti in camoscio e stampe tartan, sempre mantenendo un equilibrio tra tradizione e modernità.

Ma perché il western è un trend irresistibile? Il richiamo al far-west non è solo estetico, ma anche culturale. Incarna uno spirito libero e ribelle che si adatta perfettamente al desiderio contemporaneo di autenticità e originalità. Anche chi non osa abbracciare completamente il look cowboy può trovare negli accessori un modo semplice per avvicinarsi alla tendenza, magari puntando su cinture con fibbie importanti o dettagli metallici.

Lo stile western non è una semplice moda passeggera: rappresenta una dichiarazione di stile forte e coraggiosa. Dopotutto, il selvaggio West è più vicino che mai.

Cristiano Gassani

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