UN SOGNO DI FAMIGLIA, DI GENERAZIONE IN GENERAZIONE

UN SOGNO DI FAMIGLIA, DI GENERAZIONE IN GENERAZIONE

La storia dell’azienda agricola La Contea è incentrata sulla autentica passione per la terra tramandata di padre in figlio fino ai nostri giorni.

Fu nonno Peppino  il primo a produrre il suo vino in un palmento a Piedimonte Etneo. Era impossibile resistere al richiamo di quei profumi e di quell’energia che solo il vulcano attivo più alto d’Europa regala a chi ha la sensibilità di coglierne l’essenza.

Pippo Turrisi, il maggiore dei figli, seguiva il padre in questa meravigliosa attività e, anno dopo anno, se ne appassionò in modo viscerale. Fu sempre attratto dal terreno e dai suoi frutti. Impegnato in un’importante attività nel campo dei materiali e dell’impiantistica per le telecomunicazioni, sognava di poter un giorno produrre un vino tutto suo e coltivare quegli ortaggi genuini che amava. Ebbe l’occasione di acquistare un podere sull’Etna, in Contrada Pietramarina, nel cuore della produzione enologica etnea, e lì iniziò a sperimentarsi come viticultore. Il vino, prodotto con l’assoluto rispetto della tradizione, era eccellente, brioso, pieno di carattere e straordinario, Pippo era felice.

Pietramarina era un luogo favoloso, ma non esattamente il suo luogo. Pippo, originario di Presa, un piccolo borgo nei pressi della gloriosa contea di Mascali, amava enormemente quei posti; così, quando seppe che un terreno di circa 16 ettari, appartenente ad alcuni nobili acesi, era in vendita proprio a Mascali, non resistette: fu amore a prima vista e acquistò quella tenuta.

C’era molto lavoro da fare: una vigna semi abbandonata, un palmento in cattive condizioni e una grande quantità di rovi da estirpare. Pippo, da sempre grande lavoratore e persona amante delle sfide, bonificò per intero quell’area, ristrutturò il palmento, edificò un piano abitabile sopra la preesistente struttura e impiantò nuove vigne sostituendo le fallanze.

Aveva realizzato un sogno.

Alla fine dell’impegnativa settimana lavorativa fuggiva nel suo luogo del cuore e, con la cura che un padre dedica ai figli, coltivava i suoi ortaggi, i suoi alberi da frutto e, ovviamente, le sue preziose viti.

La vendemmia era una festa. Pina, sua moglie, instancabile e ottima cuoca, preparava già all’alba la colazione per la folla di amici e parenti che si radunavano a Mascali per la vendemmia.

Cento, centocinquanta persone che, allegramente e tutte insieme, vendemmiavano quelle meravigliose uve godendo della straordinaria vista sul mar Ionio e gioendo delle leccornie preparate amorevolmente da Pina.

Il palmento si animava di gioia e canti e quel prezioso succo, prodotto dalle uve pigiate con i piedi, raggiungeva le grandi botti di castagno dove sarebbe maturato fino a diventare l’eccellente rosso della casa.

Praticamente una magia.

Col passare degli anni, la produzione aumentava divenendo eccessiva per il solo consumo familiare.

Salvo e Maria Grazia, nel 2008, convinsero il padre Pippo che il loro prezioso vino poteva anche essere commercializzato: fu così che nacque l’azienda agricola La Contea.

Le bottiglie dovevano avere un nome, e Salvo pensò di onorare il padre firmando ogni bottiglia con il suo anno di nascita: così Classe 39 vide la luce.

Pippo si fece supportare dalla conoscenza e dall’esperienza di alcuni amici enologi, i veri grandi conoscitori di quei luoghi e dei vini del vulcano, e così poco dopo, all’unico vino rosso prodotto sino a quel momento, si aggiunse la produzione di un bianco, vezzo di Salvo, e anche di un rosato.

La Contea stava diventando grande.

Pippo era un sognatore: desiderava creare una cantina più grande, una sala degustazione nella quale poter offrire ai suoi ospiti un godimento per la vista e il palato, ma durante la realizzazione del suo progetto si ammalò e, dopo alcuni anni difficili, morì.

Salvo e Maria Grazia presero le redini dell’Azienda.  

I due fratelli avevano chiaro in mente l’esempio di infaticabilità e caparbietà del loro padre, e non ebbero alcuna esitazione nel voler realizzare il suo sogno. Dotarono la loro azienda di ogni tipo di certificazione possibile e la loro capacità organizzativa venne premiata con la realizzazione del nuovo progetto di espansione della cantina.

Salvo e Mariagrazia sono pronti a scrivere le nuove pagine di questa appassionante storia di famiglia. Storia che punta ad appassionare i wine lover di tutto il mondo.

Settore di attività

L’azienda agricola La Contea produce e commercializza vini di alta qualità da uve esclusivamente di proprietà provenienti dalle tenute di Mascali, sul versante orientale del vulcano Etna.

Qui dove è nato il Nerello Mascalese, nell’assoluto rispetto delle tradizioni centenarie, e con una grande attenzione all’ambiente, vengono integralmente prodotti e imbottigliati i preziosi vini ottenuti solo dalle migliori uve raccolte a mano. Un connubio inscindibile di tradizione e tecnologia che, sfruttando le più moderne tecniche enologiche, garantisce un livello produttivo di altissimo pregio.

Nella panoramica sala degustazione, La Contea organizza meravigliosi percorsi enogastronomici sfruttando esclusivamente le materie prime prodotte nell’azienda agricola.

Allo stato attuale sono disponibili 3 versioni del rinomato Classe 39: il bianco, il rosato e il rosso.

 Classe 39 Bianco

Una rara versione di uve nere vinificate in bianco. Alla vista appare di una luminosa veste giallo paglierino mentre al naso richiama netti e riconoscibili sentori di pesca bianca, gelsi bianchi, scorzette di cedro, ginestra, erba tagliata e un inconfondibile sentore di crema pasticcera. In bocca risulta secco, caldo e morbido, con una meravigliosa avvolgenza al palato, un’ottima freschezza e grande equilibrio. È un vino dalla lunga persistenza che dona una piacevole sensazione fruttata nel finale. Minerale come solo il suolo del vulcano attivo più alto d’Europa sa offrire. Servito a una temperatura di 12° dà il meglio di sé con sushi, pietanze a base di pesce dai sapori intensi, pregiate carni bianche, fritture di mare. Eccellente anche da sorseggiare da solo.

Classe 39 Rosato

Alla vista appare di una luminosa veste dal colore rosato buccia di cipolla. Al naso richiama netti e riconoscibili sentori di fragoline, lamponi, ribes e ciliegie appena mature. Le note di susina e prugna lo rendono immediatamente riconoscibile. In bocca risulta secco, moderatamente caldo e morbido, con una meravigliosa morbidezza al palato. Ottimo per freschezza e grande equilibrio, con una lunga persistenza all’assaggio e una piacevole sensazione fruttata nel finale. Va servito a 14° e trova gli abbinamenti ideali con la pizza, il sashimi e le linguine ai ricci di mare. Perfetto col pesce saporito e le fritture di paranza. Le carni bianche lo esaltano nella sua tipicità.

Classe 39 Rosso

È un vino dal colore rosso rubino tendente al granato, con grande lucentezza e tipica trasparenza. Al naso richiama netti e riconoscibili sentori di ciliege e amarene mature, more di rovo, prugne e grafite. In bocca risulta secco, caldo e morbido, con una piacevole morbidezza al palato. Tannini vellutati, ottima freschezza ed equilibrio. Speziato e minerale con una lunga persistenza e una gradevole sensazione di frutta nel finale. Va servito a 18° e rappresenta l’ideale compagno di primi piatti saporiti come pasta al ragù o al forno. Perfetto con grigliate di carni rosse ed elaborate pietanze di selvaggina e cacciagione. Si esalta con i piatti della tradizione o con i formaggi stagionati.

E come novità? Nel 2021 faranno il loro esordio sul mercato lo spumante Etna Doc Metodo Classico, da uve 100% Nerello Mascalese che ha maturato per ben 36 mesi sui lieviti e l’Etna Bianco Doc da uve Carricante.

Ugo Nicosia

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GENNARO ESPOSITO, LA CUCINA CHE COLPISCE IL CUORE

GENNARO ESPOSITO, LA CUCINA CHE COLPISCE IL CUORE

Chiunque nasca al Sud ha un po’ di cucina nel sangue. Lì il cibo è al centro di ogni cosa in ogni momento della giornata: nei mercati, in strada, e chiaramente in casa dove c’è tutto un racconto, una letteratura, una liturgia su come viene preparato. Questo è il pensiero di Gennaro Esposito, chef stellato, uno fra i protagonisti della rinascita gastronomica della Campania.

La prima stella Michelin la riceve nel 2001, la seconda nel 2008. Dal 2003 il riconoscimento delle tre forchette del Gambero Rosso e nel 2006 la valutazione dell’Espresso quale miglior ristorante campano. Nel 2011 il congresso gastronomico Identità Golose lo nomina “Migliore Chef Italiano dell’Anno” e la guida del “Gambero Rosso” lo inserisce tra i primi tre chef Italiani.

L’abbiamo visto in alcuni programmi televisivi come conduttore e parte del cast o ospite in trasmissioni quali Junior MasterChef, La Prova del Cuoco e Masterchef Italia, e poi TV8.

 Chi ti ha trasmesso la passione per la cucina?

Al sud s’impara facilmente, soprattutto se come me hai una madre bracciante agricola che ti trasmette una profonda conoscenza dei prodotti della terra e un padre che allevava polli e conigli per passione.

Ho avuto, poi, la fortuna di uno zio pasticciere che mi ha trasmesso la manualità. A 9 anni, un po’ per gioco e un po’ per lavoro, sono finito nella sua pasticceria, lì mi sentivo a casa…. E avevo già un’indipendenza economica.

E dopo l’esperienza in pasticceria?

Più in là intraprendo gli studi gastronomici, iscrivendomi all’istituto alberghiero della mia città. Mi diplomo nel 1988, insieme all’amico e compagno di scuola Antonino Cannavacciuolo.
Poi ho lavorato in posti molto semplici e ho cominciato a comprare i libri di tecnica della cucina per conoscere meglio la cucina “classica”.

Sono cresciuto nella cucina degli anni ’70, pomposa e sempre meno italiana: quella delle farfalle al salmone, del risotto allo champagne, del cocktail di gamberi. In quella cucina, le nostre meravigliose materie prime non avevano il ruolo che meritavano.

Decido poi di lasciare la Campania e faccio un lungo giro partendo dal nord Italia, salendo fino in Francia.

Lo studio inizia a essere affiancato alla pratica. Grazie al mio primo stage entro in contatto con il “maestro”, Gianfranco Vissani. Il suo è stato il primo grande ristorante dove ho messo piede dal punto di vista lavorativo.

Nel 2001, poi, lavoro con il grande chef Alain Ducasse, grazie al quale mi perfeziono anche all’estero, a Parigi (al Plaza a Athénée). In seguito, il passo verso le grandi cucine del Le Louis XV a Montecarlo è breve. Imparo così la disciplina, l’arte del mestiere, la cura maniacale per ogni dettaglio. Avevo una gran voglia di fare, per cui torno al Sud e nel ’91 apro La Torre del Saracino con cui conquisto due stelle Michelin, una nel 2001 e l’altra nel 2008.

Hai dichiarato: “Mangerete la mia storia”. Quali piatti identificano la tua storia?

Un po’ tutti, non propongo piatti che non mi appartengono. La mia storia è quella di un uomo che ama il mare, i sapori forti e di carattere: l’odore della crosta di pane, le alghe o i frutti di mare con peperoncino e prezzemolo. Voglio regalare al mondo le linee guida della cucina mediterranea. Una cucina che ti riscalda il cuore e l’anima, ma anche una cucina di contrasti, una cucina che non dimentichi più, che non cerca il sapore utilizzando elementi esotici, ma lo trae dai nostri prodotti. Una cucina che colpisce il cuore senza nessun trucco e nessun inganno.

Oggi ciò che muove il mio cuore è la cucina della mia famiglia, della mia infanzia, dei miei luoghi, arricchita dalle varie esperienze fatte in giro, dai numerosi congressi di gastronomia cui ho partecipato anche come relatore.

Quando crei nuovi piatti, qual è la tua fonte di ispirazione?

Un piatto dice chi sei. Le esperienze di lavoro, ma anche il tuo carattere e ciò che vuoi regalare agli altri come emozione. Spesso un piatto nasce da un ingrediente, da un ricordo. Per esempio, tempo fa ho scoperto un cipollotto che ho trovato talmente elegante, dolce e di carattere da trarne ispirazione per un risotto con la cipolla ramata. Ho pensato che questa cipolla potesse sostituire il brodo e desse cremosità, e ho poi contrastato la dolcezza giocando con limone, peperoncino e sugarello bianco affumicato.

È nato così un piatto divertente che mette insieme elementi semplici e quotidiani.

Cosa comunicano i piatti di Gennaro Esposito?

Con i miei piatti voglio raccontare la mia terra. Cerco sempre di dare importanza a prodotti che sono poco conosciuti, perché penso siano questi a dare un’identità forte alla tua cucina: il pomodorino del Vesuvio, il limone “femminiello sorrentino”, ad esempio. Oppure utilizzo elementi semplici come cipolle, patate, fagioli e li combino col pesce (io amo la cucina col pesce!) per creare una sorta di gioco e per incuriosire il cliente che è sempre più esigente.

Come descriveresti il tuo stile tra i fornelli?

In cucina è importante creare un’ambiente piacevole, leale e di valori. Bisogna arrivare motivati, concentrati e bisogna divertirsi.

Ci trascorriamo parecchio tempo, chi lavora con me passa più tempo in cucina che con mogli e fidanzate.

 Se volessimo dare 3 aggettivi allo stile dei tuoi piatti?

Devono avere immediatezza, ma devono anche essere persistenti nella memoria e poi devono far sorridere. Quindi direi: immediati, persistenti, sorridenti.

A quali alimenti non puoi rinunciare?

Non potrei vivere senza la freschezza del limone, senza un buon olio d’oliva, il pomodoro, la pasta, la borragine, l’origano fresco selvatico appena raccolto.

C’è un ritorno al mangiare sano?

A casa puoi scegliere cosa comprare, al ristorante sei “costretto a subire”, ma si possono fare anche scelte più sostenibili, scegliere il biologico o tutelare alcune esigenze come il vegano, il vegetariano.

In Italia 374 ristoranti stellati, di cui 11 tre stelle, 35 due stelle e 328 con una stella. La Lombardia è la regione più stellata, con 6 novità: 62 ristoranti (3*** 5** 54*). Il Piemonte, con 4 novità, è sempre in seconda posizione, con 46 ristoranti (1*** 4** 41*), mentre la Campania, con 6 novità, si colloca al terzo posto del podio, con 44 ristoranti, (6** 38*). A seguire, la Toscana, con 6 novità, per un totale di 40 ristoranti (1*** 4** 35*) e, infine, il Veneto, a quota 37, con due novità (1*** 4** 32*). C’è vitalità e la forza scorre impetuosa tra i fornelli nostrani. Ci sono cose da correggere? Quali secondo te?

La guida Michelin fa un’analisi positiva e intellettualmente onesta… Penso che oggi in cucina ci siano molti cialtroni, molti improvvisati perché il numero dei ristoranti è aumentato a dismisura, ma sostanzialmente i posti in cui si mangia bene sono sempre gli stessi. Raramente vengono fuori delle novità interessanti, coerenti ed eticamente corrette. Nel segmento medio basso trovo ci sia tanto da fare, soprattutto sul versante della tradizione. La maggioranza sceglie la strada della creatività, dell’innovazione e pochi si vogliono confrontare con la nostra meravigliosa tradizione, che è il nostro distintivo ed è una scienza esatta perché già collaudata. Gli chef delle nuove generazioni devono studiare e prendere più in considerazione le nostre radici, fonti di bagaglio tecnico e culturale. Le stiamo sciupando. I menu wasabi, o salsa da chissà dove, mi fanno arrabbiare moltissimo perché significa che si continua a non capire niente… Ho assaggiato una mortadella fatta col minestrone, non la conoscevo e mi sento colpevole ogni volta che non conosco un prodotto. L’Italia è piena di prodotti e sono quelli che si devono utilizzare.

Quali sono gli immancabili attrezzi del mestiere?

Ho dei legami affettivi con molti degli utensili che utilizzo in cucina. Il tagliere, il coltello, una pentola che magari mi ricordano il momento in cui li ho comprati o dove. Ci sono tante storie legate agli oggetti. L’evoluzione della cucina deve parecchio anche all’evoluzione di questi utensili. C’è un ritorno al rame, non solo dal punto di vista romantico ma proprio funzionale, per alcune cotture più dolci, più lente e tradizionali. Abbiamo poi le pentole in ghisa, in ferro. Oppure quelle con varie stratificazioni: rame, acciaio, argento, che sembrano solo in acciaio e consentono cotture molto delicate, pensiamo ad esempio allo zabaione o al risotto.

Siamo nell’epoca dello “chefstar”?

In qualche modo ci siamo, ma forse ne stiamo uscendo. Spero rimanga del buono in questo tipo di cucina. Bisogna capire se la gente vuole chef che facciano spettacolo in tv sbattendo piatti per terra e mostrando frigoriferi sporchi, o preferisce che ci si soffermi a illustrare i diversi cibi; qualcosa di forse più noioso ma di certo più serio e più interessante.  

Dal 13 novembre 2017, su TV8 (tasto 8 del telecomando) Cuochi d’Italia, la sfida culinaria dell’autunno condotta da Alessandro Borghese. I giudici? Gli chef stellati Gennaro Esposito (La Torre del Saracino) e Cristiano Tomei (L’ Imbuto). Che giudice sei?

È una postazione inedita per me, il mio lavoro non è quello di giudicare, sono un giudice che vuole imparare. È questo il mio approccio. Ascolto storie meravigliose su ricette, prodotti, aneddoti.

In trasmissione vedo errori imperdonabili, perfino la dimenticanza del sale, ma anche cuochi meravigliosi e piatti che lasciano senza fiato. Imparo tantissimo anche da loro, apprendo pure ciò che non devo fare. Assaggiare, condividere i pensieri con Tomei crea un dibattito e un confronto che aiuta tutti a crescere. Penso che sia un’opportunità anche per chi guarda da casa perché al di là dello show, che c’è perché deve esserci, ci sono una serie di spunti che aiutano a migliorare, utili anche per progettare la spesa del giorno dopo.

Cosa non deve mancare al Miglior Cuoco Regionale d’Italia?

La conoscenza delle proprie radici: tradizione, prodotti e storia.

L’umiltà e i sapori nei suoi piatti.

Nel 2016 con Borghese anche l’esperienza di Junior Master Chef. Ho chiesto ai miei nipotini di porti delle domande, la prima è: Perché ti piace cucinare?

Perché è un mestiere che ti da’ la possibilità di essere creativo e libero. È un mestiere che ti consente di guardarti allo specchio senza guardarti allo specchio: ti fa capire chi sei. La cucina mi ha dato tutto quello che ho: la dignità di un lavoro, un ruolo e, perché no? Un pizzico di celebrità. Mi ha dato un obiettivo e la possibilità di realizzare tanti sogni.

Cucini da quando eri bambino?

A 9 anni sono finito nella pasticceria di mio zio, lì mi sentivo un po’ a casa…un po’ per gioco e un po’ per lavoro. Avevo già un’indipendenza economica. Ogni giorno succedeva qualcosa, non ci si annoiava mai, e poi i profumi i sapori! È stata un’esperienza importante.

Qual è il tuo piatto preferito?

Io amo il cibo e mi circondo di persone che lo amano. Fortunatamente ho una moglie e dei bambini meravigliosi e pure loro lo amano. Il cibo, anche nelle case, va trattato con la sacralità che merita. Mi piacerebbe rivedere nelle scuole la figura della cuoca. Ricordo che quando andavo a scuola c’era una meravigliosa cuocona che cucinava per i bambini: pasta e lenticchie, pasta e ceci o pasta col pomodoro… Ricordo anche che cucinava il pesce, ma era orribile… Ma soprattutto ricordo i profumi che inondavano le classi. Quando era ora ci si lavava le mani e si andava alla mensa. Oggi giro per le scuole per lavoro e per curiosità, vedo i bambini che mangiano negli stessi banchi in cui giocano, cibi preparati anche a centinaia di km che arrivano, a volte, in condizioni davvero discutibili, con profumi improbabili, pietanze servite nei piatti di plastica e posate di plastica. Questo in Italia, al sud! La trovo una cosa imperdonabile che incide sul benessere dei bambini. E a casa, poi, forse mangeranno sul divano e/o davanti alla play station. No, non va bene…

I tuoi figli cucinano?

Ho 2 figli. Emanuele e Isabella. Emanuele a 4 anni iniziava a mescolare gli ingredienti per la torta di mele…

Assaggi mentre cucini?

Sì, poco, ma assaggio.

Preferisci cucinare dolce o salato?

Salato.

Cucini anche a casa?

Cerco di non farlo. Mia moglie cucina benissimo, faccio l’ospite che è meglio!

 

Clementina Speranza

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PER CORNETTO ALGIDA, UNA RICETTA STELLATA E UNA LUNGA STORIA CHE PARTE DA ROMA

PER CORNETTO ALGIDA, UNA RICETTA STELLATA E UNA LUNGA STORIA CHE PARTE DA ROMA

L’interno dolce, cremoso, soffice, vellutato è in contrasto col croccante e il cioccolato. Ecco il cornetto Algida. O “cuore di panna”, come intona la canzone delle storiche pubblicità capaci di suscitare emozione. Un cuore di panna che batte da più di 60 anni nell’estate degli italiani. 

“Il cornetto Algida è per me, come per moltissime persone, un simbolo. Sa di estate, cose buone, momenti speciali, spensieratezza e ricordi unici. Per questo è stato un onore essere coinvolto in questo progetto. Ho trattato Cornetto per quello che è: un prodotto iconico. Non l’ho stravolto ma ho solo cercato di renderlo ancora più speciale. Ho scelto ingredienti semplici e buoni che sanno di estate e sono in grado di riempire il quotidiano di meraviglia”, a precisarlo è Andrea Tortora, il più giovane pastry chef tristellato d’Italia, con alle spalle prestigiose collaborazioni internazionali. È lui infatti a firmare “Stellati”, la nuova Limited Edition Gourmet di Cornetto Algida.

Una cialda extra dark al cacao racchiude la classica panna del cornetto che, in questa versione, accoglie il tocco frizzante e leggermente acido dei cristalli di zucchero al lampone e l’anima della salsa al lampone. Una doppia punta ripiena al cacao per l’ultimo morso. Il tutto in un elegante involucro.

Il cornetto è nato nel 1959 e da allora ha subito poche variazioni. Cialda croccante ripiena di gelato alla crema di latte coperto da una granella di nocciole e cacao: l’icona del gelato industriale. 

A dargli il nome è stato l’ingegner Wiessne, uno dei fondatori dell’Algida. Un nome fermamente voluto e imposto, nonostante il parere contrario dei collaboratori italiani che in esso avvertivano altri significati.

Algida fu fondata a Roma nella zona del Prenestino, nel 1945, da tre ingegneri slavi che avevano acquistato dagli Stati Uniti il brevetto per la produzione del gelato industriale. Due anni dopo inizia la produzione di gelati su stecco con il ghiacciolo. Dal Prenestino romano, in seguito, ci si trasferì a Napoli. Non esistevano ancora i camion refrigerati, e la consegna e distribuzione del primo ghiacciolo avveniva in pochi bar, nelle zone limitrofe alla produzione. Come trasportare, infatti, il gelato, che ha bisogno del freddo, su tutto il territorio nazionale? È da questa esigenza che si sviluppò la “catena del freddo”: celle frigorifere nelle quali conservare il prodotto appena pronto, e poi camion refrigerati per trasportarlo a destinazione, e infine i frigoriferi da bar nei quali mantenerlo fino al momento del consumo. Avere pianificato, e poi reso possibile, con una politica di marketing davvero innovativa la “catena del freddo” ha permesso lo sviluppo del gelato industriale.

I primi gelati prodotti industrialmente, quelli da passeggio “su stecco”, conquistarono subito i bambini che li preferirono presto ai coni artigianali, trovandoli nuovi e più divertenti.

La multinazionale Unilever, nel ’64, acquista il marchio Algida contribuendo alla sua espansione sul mercato e costruendo lo stabilimento di Caivano, in provincia di Napoli. La più grande fabbrica europea di gelati in casa Unilever e la seconda al mondo dopo quella degli Stati Uniti.

Clementina Speranza

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CHAMPAGNE, UN VIAGGIO TRA CINEMA E ARTE

CHAMPAGNE, UN VIAGGIO TRA CINEMA E ARTE

“Lo Champagne è ormai ‘eternalizzato’, ma lo si può sempre scoprire da una nuova angolazione”, afferma Vincent Perrin, Direttore Generale del Comité Champagne.

Lei è toscana. Bella, intraprendente e di classe. Ha un passato nel fashion system con Roberto Cavalli. Si chiama Claudia Bondi ed è fondatrice e titolare di Perle&Perlage, un’agenzia di comunicazione.

Il lavoro di PR, anche nel settore enogastronomico, l’ha portata a conseguire il diploma di Sommelier Professionista. Vince concorsi nazionali: Master del Nebbiolo, Master del Sangiovese, e nel 2013 il titolo di “Ambassadeur du Champagne pour l’Italie” conferito dal Comité Interprofessionneldu Vin de Champagne (C.I.V.C.).

Cinema, moda, e champagne, queste le tre passioni che Claudia Bondi coniuga insieme. Ci propone, infatti, una piacevole sequenza di immagini sul tema: champagne nel cinema, nell’arte, nella moda. Un modo originale di raccontare le magiche bollicine apportatrici di gioia.

È Francis Scott Fitzgerald, autore de Il grande Gatsby, del 1925, ci mostra la Bondi, a lanciare lo champagne come bevanda mitica della generazione perduta, e il grande pubblico conosce il suo messaggio attraverso i film, che hanno narrato di Gatsby: quello del 1974 con Robert Redford e quello del 2013 con Leonardo Di Caprio.

Lo champagne era protagonista nel cinema già nelle pellicole della golden age di Hollywood. Lo troviamo nel 1942, in Casablanca, con Humphrey Bogart e Ingrid Bergman: Champagne Mumm e anche Veuve Clicquot fanno lì una delle loro prime apparizioni. Nel 1946, in Notorius si beve champagne nella scena del party. E la suspense scatta quando lo champagne finisce. Un classico dello stile di Alfred Hitchcock.

Nel 1954, la deliziosa Audrey Hepburn in Sabrina attende che il suo bello la raggiunga sul campo da tennis con lo champagne e due calici. Anni dopo, la stessa Audrey avrebbe nuovamente condiviso champagne sul set, stavolta con Gary Coooper, nella pellicola Love in the afternoon del 1957.

È poi universalmente nota la passione per lo champagne del più famoso agente segreto, James Bond: Dom Pérignon e Bollinger, nello specifico. Dom Pérignon ritorna nel film cult Fandango, del 1985. Qui un grande Kevin Costner invita gli amici ad andare a “disseppellire un certo Dom” (sì, proprio la bottiglia!).

La Bondi cita poi Pretty Woman, del 1990, con Richard Gere che insegna a Julia Robert come le fragole esaltino il sapore dello champagne. Affermazione che potrebbe far inorridire qualche purista della degustazione, ma sicuramente non il pubblico femminile che continua a sognare, ancora oggi, con la storia di Vivian ed Edward.

Sempre negli anni ’90, Claudia Bondi riporta alla memoria una scena di Four Rooms con Quentin Tarantino in cui l’attore-regista esalta la “Cuvée de Prestige” di Cristal, lo champagne dello Zar, e regala al pubblico un’affermazione divenuta famosa: “Io odio lo champagne, ma il Cristal lo adoro”.

Claudia Bondi passa poi a considerare il mondo dell’arte, offrendoci un interessante repertorio di notizie e di immagini.

Nel 1913 viene organizzata, presso il Musée des Beaux Art di Reims, la “capitale” della Champagne, una mostra dal titolo “L’arte dell’effervescenza: Champagne”. Un’occasione unica per il pubblico che può ammirare ben 370 opere: quadri, sculture, espressioni di arte vetraria, musica e cinema, che celebrano il legame dello champagne con l’arte. Legame già evidente da più di un secolo: pensiamo ai manifesti liberty di fine Ottocento in cui lo champagne e l’atmosfera spumeggiante del periodo costituivano un unicum. Emblematico il manifesto “France-Champagne” del 1891 del pittore Pierre Bonnard, divenuto simbolo di quegli anni. Nel 1899, all’Esposizione Universale di Parigi, si conobbe un nuovo mondo, quello della pubblicità, e questo avvenne grazie all’attività straordinaria dell’azienda Champagne Mercier. Eugène Mercier aveva già realizzato iniziative promozionali inedite. Con lui era nato il primo film pubblicitario della storia, girato nientedimeno che dai padri della settima arte, i fratelli Lumière. Era stato sempre lui a introdurre ante litteram il concetto di “experience” organizzando giri in mongolfiera con lo champagne. Durante l’esposizione universale di Parigi, Eugène Mercier conquistò il pubblico esponendo una botte con l’equivalente di 200 bottiglie.

“L’affinità dello champagne con l’universo della pubblicità e della moda è a tutt’oggi evidente – precisa Claudia Bondi -: molti stilisti si sono dedicati a creare delle edizioni speciali, spesso veri pezzi da collezione. Uno su tutti? Il designer e fotografo Karl Lagerfeld, l’uomo che ha legato il suo nome alla maison Chanel dal 1983 al 2019, anno della sua morte, ha valorizzato un’edizione limitata di DomPérignon Vintage 1998 creando un’elegante custodia per gioielli che protegge una bottiglia ricoperta da borchie dorate”.

Clementina Speranza

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CHAMPAGNE ROSÉ: UN COLORE VINCENTE PER IL RE DEI VINI FRANCESI

CHAMPAGNE ROSÉ: UN COLORE VINCENTE PER IL RE DEI VINI FRANCESI

È di tendenza, impalpabile come petali di rose, con note agrumate, succoso come fragole e lamponi. Le sue bollicine salgono sottili e persistenti. Si tratta del vino rosé.

Freschezza, spensieratezza e aromaticità lo incoronano protagonista delle tavole: sempre più denominazioni scelgono infatti il rosato per le loro produzioni. Nell’estate 2013, il mood era “think pink” (pensa positivo) e il “San Francisco Chronicle usa quest’espressione per sottolineare il grande numero delle bottiglie di rosato vendute.

“A Tours-sur-Marne, nella regione della Champagne-Ardenne, rosé è sinonimo di Laurent Perrier, una delle più grandi case produttrici di champagne del mondo – riferisce Stefano la Porta, direttore commerciale della filiale italiana Laurent Perrier –. La Cuvée Rosé è il nostro prodotto iconico. Siamo considerati un punto di riferimento per una questione storica: perché in tempi non sospetti Bernard de Nonancourt, direttore dell’azienda dal dopoguerra al 2010, ha realizzato con l’aiuto degli chef de cave due rosé: la Cuvée del 1968 e Alexandra, in onore della propria figlia. Si tratta di Alexandra Rosé, una Cuvée nata qualche anno prima perché fosse pronta nel 1987 come regalo di nozze per Alexandra de Nonancourt”.

Alexandra Rosé è uno champagne non millesimato, raro e ricercato, proveniente da una selezione rigorosa dei migliori Grand Cru, tra i quali: Ambonnay, Bouzy, Mailly, Verzenay per il Pinot Noir, e Avize, Cramant e Le Mesnil-sur-Orger per lo Chardonnay, perché per essere una Grand Cuvée il prodotto deve poter invecchiare, tenere il tempo, e ciò è possibile grazie ai frutti di quest’ultimo vitigno.

“Durante la vendemmia, le uve arrivate a perfetta maturazione vengono selezionate e sono vinificate in bianco, assemblando le due anime dello champagne: l’anima maschile del Pinot Noir (80%) e l’anima femminile ed elegante dello Chardonnay (20%). Bernard definiva questo un vino androgino, che acquisisce il tipico colore rosato tramite una delicata macerazione delle bucce sul mosto”, racconta Stefano la Porta.

Per lo champagne, inoltre, sono previste due fermentazioni. “La prima avviene in acciaio, mentre la seconda in bottiglia con i lieviti per produrre l’anidride carbonica – spiega il direttore commerciale –. Alla fine del secondo processo di fermentazione in bottiglia, che può durare mesi o anni, si effettua la sboccatura, il così detto dosaggio, per eliminare i lieviti non più attivi che si raccolgono verso il collo della bottiglia. Dopo la sboccatura, si procede al rabbocco della bottiglia con vino di pregio e zuccheri”.

Le sole annate che permettono di elaborare una Cuvée Alexandra Rosé Millésimé sono quelle in cui i Grand Cru di Pinot Noir e Chardonnay raggiungono la maturazione contemporaneamente e posseggono il medesimo grado zuccherino e di acidità; per tale motivo, dal 1987 a oggi, ne sono stati messi in commercio solo 7 millesimi dopo un invecchiamento di 8 anni. “L’annata 2004, malgrado episodi di grandine e temporali durante la primavera e l’estate, grazie al calore benefico e al clima secco di settembre ha permesso una raccolta abbondante e di bella maturità per Chardonnay e Pinot Noir, anche se quest’ultimo è stato più eterogeneo”, precisa la Porta.

Le sette Cuvée della cantina nascono dalle idee e dall’esperienza della famiglia de Nonancourt. “La nostra Cuvée Ultra Brut è stata creata a metà degli anni ’70 per affiancare la neonata nouvelle cuisine che proponeva crudità di pesce, tartare e carpacci, tutti piatti ricchi di iodio. Bernard ha sempre avuto un’attenzione particolare per l’abbinamento cibo/vino e per la tradizione culinaria francese, così con gli chef de cave ha realizzato un vino non dosato da abbinare alle portate – racconta Stefano la Porta–. In cantina, poi, sono presenti foto dei primi del ’900 che ritraggono gli operai in pausa seduti su casse di legno con la scritta ‘vin sans sucre’, e in quel periodo vinificare uno champagne senza zucchero era davvero innovativo”.

Laurent Perrier deve il suo successo a Bernard de Nonancourt e, ancor prima, alla famiglia Lanson, famosa azienda di champagne da cui discende la madre di Bernard. “Dopo la crisi del 1929, molte maison di champagne erano in situazioni problematiche, così la signora Lanson decise di acquistarne tre che versavano in difficoltà economiche (Laurent Perrier, Salon e Delamotte) per garantire un futuro ai propri figli – riferisce il direttore commerciale –. Bernard non aveva studiato, non conosceva le lingue, e non aveva esperienze lavorative, pertanto ha fatto esperienza in vigna, in cantina e negli uffici commerciali di Lanson, prima di diventare amministratore delegato nel 1948”.

Dal 1948 a oggi, il mercato dello champagne è cresciuto circa 10 volte: da 30 milioni a 300 milioni di bottiglie. Laurent Perrier possedeva allora100 mila bottiglie ipotecate in cantina, adesso ne ha 80 volte di più, e gran parte del merito è di Bernard de Nonancourt, delle sue idee, dei sui viaggi in Africa, della collaborazione con i suoi uomini e delle due figlie Alexandra Pereyre e StéphanieMenuex de Nonancourt che conservano i valori e la filosofia della Maison.

Laurent Perrier è il quarto produttore di champagne del mondo ed è presente in 120 Paesi. Ogni vino che esce dalle sue cantine è frutto di un audace slancio creativo, ed è volto a soddisfare le attese di qualità di un pubblico alla ricerca di piaceri nuovi e diversi, a sedurre appassionati e intenditori di champagne in tutto il mondo, e a conquistare ogni giorno nuovi palati.

Simone Lucci

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DISTILLERIA BERTA: ALLA RICERCA DELL’ASSENZIO PERDUTO

DISTILLERIA BERTA: ALLA RICERCA DELL’ASSENZIO PERDUTO

Pensi all’assenzio, e ti risuonano in testa i versi di Oscar Wilde: “L’assenzio, come una poesia, favorisce l’amore”, o rivedi l’attrice con lo sguardo malinconico rivolto verso il bicchiere d’assenzio nel celebre quadro di Degas, e ancora immagini i maudits, i poeti maledetti, Baudelaire, Rimbaud, Verlaine che scrivono versi perdendosi nel verde intenso della “Fata verde” o del “pericolo verde”.

Sì perché così era chiamato l’assenzio. Distillato dal colore verde intenso considerato quasi una droga nella seconda metà dell’ottocento, quando era talmente diffuso da far chiamare “ora verde”, le diciassette, ora dell’aperitivo, quando i maudits si incontravano al Cafè Academie a Parigi per perdersi nei suoi fumi e cercare l’agognata ispirazione.

L’assenzio, estratto dall’Artemisia absinthium, un arbusto comune nelle zone alpine, caratterizzato da un color verde argentato e da un sapore estremamente amaro, è conosciuto per le sue proprietà toniche, eupeptiche, emmenagoghe e antisettiche.

La leggenda narra di un elisir segreto a base di assenzio e di una fata che che realizzava le sue magie utilizzando un cucchiaio traforato, un pezzo di zucchero e una fontana d’acqua fredda. Miscelata la pozione, il distillato si intorpidiva, apparivano cerchi, le onde iniziavano a risalire, si formavano turbini, mulinelli ed ecco che lo spirito ribelle e visionario della Fata verde sembrava uscire dall’acqua per prendere vita.

Lo spirito incantatore passò dagli alambicchi ai granai, dalle osterie di campagna ai caffè della Ville Lumière seducendo tutti. I poeti diventavano maledetti, gli artisti visionari e la Fata verde venne tacciata di essere una strega. 

Cominciò una vera persecuzione, ma la Fata riuscì sempre a scappare, a rifugiarsi dai suoi fedeli nelle distillerie clandestine.

Così passavano gli anni e la si vedeva uscire la sera dalle cantine segrete, o all’alba vicino a una locanda isolata o lungo i sentieri del bosco.

Per molti anni l’assenzio fu demonizzato, messo al bando e cadde nell’oblio. Oggi, però, al Castello di Monteu Roero, la “Fata verde” ritorna grazie alla passione per l’artemisia e per i distillati della famiglia Berta, che coltiva le piante officinali nel parco naturalistico intorno alla distilleria di Mombaruzzo. Nasce così in questo castello Favola Mia, un distillato profumato tra le cui note spiccano l’artemisia, l’anice stellato, la menta e il coriandolo. È l’assenzio creato dalle distillerie Berta nel rispetto della tradizione ma con un piglio moderno grazie al suo utilizzo nella mixology.

Oltre a Favola Mia, la famiglia Berti produce Il 28 di via San Nicolao, Di Mombaruzzo, Di Anisè, Di Rose e Di Nero, distillati che racchiudono profumi e aromi particolari e sprigionano sentori di mandorla, di caffè, di anice stellato, e di rosa, con un legame strettissimo col terroir in cui si trova la tenuta.

Francesca Salvago

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