CANDELABRI D’AUTORE PER LA LOTTA CONTRO IL CANCRO

CANDELABRI D’AUTORE PER LA LOTTA CONTRO IL CANCRO

Come si può contribuire alla lotta contro il cancro in maniera tangibile quando non si dispone di grandi competenze tecnico-scientifiche? La risposta a questa domanda è contenuta nel nome stesso del progetto “A flame for research”.

Si tratta di una raccolta inedita di candelabri disegnati da una serie di designer nazionali e internazionali in esposizione in una mostra conoscitiva curata da Federica Sala presso lo spazio Offstage, in Piazza Luigi Vittorio Bertarelli, 4 a Milano. Nel mese di settembre, in occasione della design week milanese.

In seguito alla mostra, i 10 pezzi saranno venduti da Christie’s in un’asta battuta da Cristiano De Lorenzo il 15 di settembre presso Mariencò (via Ampola 18, Milano). I proventi saranno interamente devoluti per la ricerca scientifica contro il cancro all’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri IRCCS.

Una raccolta fondi concepita come una fiamma per alimentare il fuoco della ricerca e come simbolo di speranza per tutti coloro entrati in contatto con la realtà della malattia.

L’idea è nata a seguito di un’esperienza personale di Daniele Mingardo, a capo dell’omonima carpenteria metallica. “Nel 2013 mia madre ci ha lasciati per un cancro al pancreas. Lei lavorava in officina con me e mio padre. È passato qualche anno e solo ora ho capito che mi piacerebbe fare qualcosa per qualcuno, come avrei voluto succedesse per lei. Ho capito quindi che per fare un gesto concreto devo farlo attraverso ciò che mi riesce meglio e quello che sono: fare il fabbro.”

Michele De Lucchi, Jaime Hayon, Philippe Malouin, Alberto & Francesco Meda, Luca Nichetto, Matteo Thun, Patricia Urquiola, Marcel Wanders studio, Panter & Tourron e Federica Biasi sono i designer.

 

La Carpenteria Metallica Mingardo nasce nel 1970 a Monselice (PD). Fondata da Ilario Mingardo, inizialmente si dedica a semplici lavori per l’edilizia, ma nel tempo inizia a sviluppare progetti sempre più complessi, grazie alla collaborazione con architetti e realtà di spicco nel panorama internazionale della progettazione. Vanta collaborazioni importanti, da quelle con Carlo Scarpa fino alle recenti commissioni per il Museo del Novecento a Milano, il Parco della Musica a Firenze e il Teatro Petruzzelli a Bari. L’azienda raggiunge alti livelli di professionalità con la creazione di prodotti metallici esclusivi, costruiti e lavorati interamente a mano da un team consolidato di artigiani specializzati.

Daniele Mingardo, classe 1988, lavora in officina da quando ha 18 anni. Nel 2013, a soli 25 anni, spinto dalla passione per il lavoro appreso dal padre e dalla voglia di rinnovare la tradizione di famiglia, fonda la Mingardo Designer Faber, marchio che produce edizioni limitate di design in metallo, anche in combinazione con altri materiali. La cura del dettaglio e l’assistenza impeccabile sono i punti di forza di una relazione con i progettisti nella quale il dato tecnico e quello umano non possono essere scissi.

 

 

IL MONDO DI BANKSY

IL MONDO DI BANKSY

Dopo le edizioni di successo di Parigi, Barcellona e Praga, la mostra “THE WORLD OF BANKSY – THE IMMERSIVE EXPERIENCE”, a Milano, riunisce opere di proprietà privata e riproduzioni di murales realizzate da giovani artisti anonimi di tutta Europa. Nel cuore del Teatro Nuovo si rivive l’atmosfera di strada. In una mostra, rigorosamente non autorizzata dall’artista da sempre contrario alla mercificazione dell’arte, si possono ammirare 60 splendide opere in versione stampata e più di 30 murales a grandezza naturale. 

Lui è Banksy, l’artista più misterioso di tutti i tempi che ha conquistato il pubblico con ironia, denuncia, politica, intelligenza e protesta.

Ma chi Banksy? Nessuno lo conosce, ma si conosce il suo nome. Probabilmente è il più famoso artista di graffiti del mondo. Artista e writer inglese, attivo dagli anni ’90, ha rapidamente creato il suo mito con  uno stile provocatorio e un’incessante ricerca dell’invisibilità. La sua fama non è dovuta solo all’arte, ma anche alla sua identità che, nonostante il successo, continua a rimanere ignota. “Non so perché le persone siano così ansiose di mettere in pubblico i dettagli della loro vita privata. Dimenticano che l’invisibilità è un superpotere” è infatti una sua frase.

Nel 2010 è stato descritto dal Times Magazine come una delle 100 persone più influenti al mondo, insieme a Obama, Steve Jobs e Lady Gaga.

Nel corso degli anni, Banksy ha trasformando le strade di tutto il mondo, da Londra a New York, da Berlino a Timbuctù, da Gaza a Tokyo, in tele giganti.

In mostra al Teatro Nuovo c’è “Rat and champagne” che l’artista ha realizzato a Parigi nel 2018, nel quartiere di Montmartre: lungo una scalinata, un secchiello del ghiaccio e una bottiglia di champagne aperta.  Il tappo si trova in alto, in pieno volo, pilotato da un topo (l’animale preferito da Banksy).

C’è anche “Soldiers Painting”, dipinto a Londra nel 2005. L’immagine era apparsa per la prima volta fuori dalle camere del Parlamento durante una protesta contro la guerra guidata da Brian Haw, un attivista inglese che aveva vissuto per un decennio nel campo della pace di Westminster. Il coinvolgimento del Regno Unito nella guerra in Iraq del 2003 era stato portato alla luce e il fatto che milioni di persone protestassero contro l’invasione era stato ignorato. Lo stampino fu confiscato per presunta violazione delle leggi riguardanti le proteste. Si ipotizza che “Soldiers Painting”, oltre a fungere da protesta contro la guerra, denunci la repressione della libertà di parola.

“I più grandi crimini del mondo non sono commessi da persone che infrangono le regole, ma da persone che seguono le regole. Sono le persone che seguono gli ordini che sganciano bombe e massacrano i villaggi”, anche questa frase di Banksy è presente a parete in inglese e in italiano.

C’è “If graffiti changed anything”. Banksy ha creato questo stencil il lunedì di Pasqua nel 2011 su un muro a Fitzrovia, nel centro di Londra. Il colore rosso sangue è usato per la frase e anche per il topo che segna con la sua zampa l’autorità della frase. L’opera, che richiama un vecchio slogan anarchico coniato da Emma Goldman: “Se il voto cambiasse qualcosa, lo renderebbero illegale”, è apparsa in un momento in cui gli artisti di strada venivano arrestati e talvolta imprigionati (per esempio, Invader e Revok a Los Angeles).

A Bristol, negli anni ’80, i graffiti emergono come una forma di espressione praticata principalmente da giovani provenienti dalla classe medio bassa. In quegli anni, John Nation, di un quartiere di Bristol, Barton Hill,  visita Amsterdam, rimane affascinato dai vibranti graffiti delle strade cittadine, inizia a documentarsi e condivide il materiale raccolto con il Barton Hill Youth Club, gruppo di artisti di strada appena nato. A Bristol, si comincia così a “taggare” utilizzando vernice spray, e le forze dell’ordine iniziano a reprimere i primi graffitari, tra cui vi è Bansky, considerandoli  “delinquenti”.

Come diceva Bansky: “Non c’è niente di più pericoloso di qualcuno che vuole rendere il mondo un posto migliore”.

Clementina Speranza

RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

“SULLE TRACCE DI CLEMENTE”, LA NUOVA ESPOSIZIONE CURATA DA ANTONIO MARRAS

“SULLE TRACCE DI CLEMENTE”, LA NUOVA ESPOSIZIONE CURATA DA ANTONIO MARRAS

Poesia, tradizione, folclore e artigianalità sono i termini che meglio descrivono il lavoro dello stilista sardo Antonio Marras. Fin dalla sua prima collezione nel 1987, il designer nato ad Alghero è noto per le sue sperimentazioni artistiche dove unisce musica, danza, teatro, cinema al settore moda.

Marras è coinvolto in numerose mostre. In occasione della riapertura della Sezione Etnografica del Museo Nazionale Archeologico ed Etnografico Giovanni Antonio Sanna di Sassari, Antonio Marras ha progettato la grande esposizione “Sulle tracce di Clemente”, dal 18 giugno 2021 al 18 giugno 2022, dove viene mostrata una selezione dell’immenso patrimonio etnografico (abiti, vestiti, gioielli, manufatti artistici) del museo insieme a reperti archeologici e a testimonianze di arte moderna e contemporanea, provenienti principalmente dalla donazione del cavalier Gavino Clemente.

“Per l’esposizione, che coincide con la riapertura della Sala Clemente, ci siamo avvalsi della collaborazione del noto stilista Antonio Marras, progettista e ideatore di un nuovo modo di interpretare il percorso espositivo – spiega Francesco Muscolino, direttore della Direzione regionale Musei Sardegna –. Il lavoro da lui svolto si presenta come una lettura originale degli oggetti che rivivono una nuova contemporaneità con un allestimento di grande impatto emotivo”.

Marras ha avuto mano libera nel valorizzare i reperti della mostra il cui scopo nasce dalla volontà di mettere in risalto il ricco patrimonio culturale della regione per proporre un dialogo tra origini antiche, tradizione e attualità. La collezione etnografica del museo non è solo la più antica della Sardegna ma anche una delle più ricche dell’isola per quantità e varietà di resti archeologici.

“Influssi mediterranei, fenici, punici, bizantini, arabi, catalani, spagnoli, francesi ci fanno essere quelli che siamo, nella lingua, nei pensieri e nel vestire – riferisce Antonio Marras –. Il costume sardo affascina per la straordinaria varietà, per gli elementi strutturali, decorativi, cromatici e per il suo significato di identificazione etnica. La cultura sarda, infatti, conserva ancora la mescolanza di lingue, culture, storie, tradizioni, usanze, pensieri, contaminazioni, stratificazioni che la rendono così particolare. Da sempre mi attrae il linguaggio poetico, il lavoro del poeta perché rifiuta le regole, viola i codici, libera tutti i sensi e dà voce all’inesprimibile. Tessuto e testo sono entrambi il risultato di intrecci: il tessuto di fili e la poesia di parole”.

La scienza e la tecnologia, inoltre, hanno abbattuto confini, frantumato barriere, accostato e mescolato persone e continenti. Difficilmente, oggi, un popolo sceglie di vivere nel proprio isolamento, anzi il confronto con gli altri è il tratto caratterizzante della cultura moderna.

“In questo panorama, si fa strada la volontà di difendere e salvaguardare la propria identità e valorizzare la diversità come fattore di ricchezza e patrimonio da custodire e far conoscere – precisa Marras –. Per noi, l’identità non è un dato statico, né è pura memoria, ma qualcosa di dinamico, dialettico, una costruzione continua, variegata, fatta di realtà distinte che, fra opposizioni e separazioni, si modellano e rafforzano. Per questo associazioni, mischie, inserti, opposizioni, accostamenti, intersezioni, confronti, richiami, assonanze, collaborazioni, voci diverse sono le parole chiave per interpretare il concetto nuovo dell’allestimento”.

Simone Lucci

RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

CHAGALL RACCONTA LA BIBBIA

CHAGALL RACCONTA LA BIBBIA

“Fin dalla prima giovinezza, sono rimasto catturato dalla Bibbia; mi è sembrato, e ancora mi sembra, che sia la più grande fonte di poesia di tutti i tempi. Da allora ricerco questo riflesso, nella vita e nell’arte. La Bibbia è come una risonanza della natura, ed è questo il segreto che ho cercato di trasmettere”, afferma il pittore russo Marc Chagall, uno tra i maggiori interpreti dei testi sacri nell’arte contemporanea. L’artista, infatti, ha uno stretto rapporto con la religione ebraica e rilegge in chiave pittorica il messaggio biblico. L’inedita e approfondita narrazione della Bibbia, tra storie e creature fantastiche, è proprio il tema della mostra dedicata all’artista russo che, dal 23 maggio al 29 agosto, sarà ospitata nella cornice della Complesso Monumentale del San Giovanni di Catanzaro. La mostra è prodotta e organizzata dal Comune di Catanzaro e dall’Assessorato alla Cultura della Città di Catanzaro con Arthemisia, azienda per la produzione, organizzazione e allestimento di mostre d’arte a livello nazionale.

A cura di Domenico Piraina, l’esposizione “Chagall. La Bibbia” vede esposte 170 opere grafiche ed è corredata da un ampio apparato didattico sui temi chagalliani e biblici, sull’ebraismo in Calabria e sulle influenze dell’arte ebraica sulla cultura contemporanea. Sono esposte anche le opere dei due celebri artisti contemporanei Max Marra e Antonio Pujia, a completamento di un percorso ricco e inedito. Attraverso le serie della Bibbia, in bianco e nero e a colori, e La storia dell’Esodo, l’esposizione si propone di evidenziare quel “segreto” di consonanza con la natura che l’artista ha voluto trasmettere e illustra come la Bibbia per lui sia soprattutto una storia di uomini, una vicenda di patriarchi e di profeti, di re e di regine, di spose, di pastori: Noè, Abramo, Giacobbe, Isacco, Rebecca, Rachele, Giuseppe, Mosè, Aronne.

I soggetti onirici, surreali, e il tratto semplice e genuino dei dipinti di Chagall lasciano nello spettatore una sensazione di pace e serenità spingendolo a un’immediata empatia con l’autore. Ma la vita dell’artista è complessa.

Marc Chagall (all’anagrafe Moyshe Chagall) nasce in una famiglia ebraica nel quartiere di Vitebsk (Russia) nel 1887, e la sua esistenza è segnata dai grandi eventi storici della prima metà del XX secolo. L’artista, però, acquisisce la sua identità artistica a Parigi, dove viene riconosciuto dai più grandi poeti e artisti surrealisti come uno di loro.

Nel 1914, Chagall rientra in Russia per rivedere Bella, la sua ragazza, il suo grande amore, la sua musa. Sebbene l’intenzione fosse quella di ritornare a Parigi dopo una breve permanenza, lo scoppio della prima guerra mondiale e la rivoluzione bolscevica in seguito lo costringono a rimanere fino al 1922 nel suo paese dove lavora per la Rivoluzione fondando un’Accademia d’Arte, e dipinge per il Teatro ebraico di Mosca.

Chagall torna poi a Parigi, dove la sua fama di pittore e illustratore ha inizio. Durante la seconda guerra mondiale, si rifugia negli Stati Uniti, dove risiede dal 1941 al 1948 per evitare la persecuzione nazista. Nel 1944, Bella muore inaspettatamente e Chagall smette di dipingere per qualche tempo. Nel 1948 torna in Francia, questa volta a Nizza e a Saint-Paul-de-Vence, dove muore nel 1985.

Una vita artistica e privata quasi centenaria ricca di magia, seduzione, fantasia e opere danzanti.

Simone Lucci

RIPRODUZIONE RISERVATA

L’ARTE DI FILIPPO BRAGATT

L’ARTE DI FILIPPO BRAGATT

Emiliano di adozione, creativo, autentico, comunicativo. Lui è Filippo Bragatt, artista famoso per le installazioni e per i grandi ritratti di personaggi famosi. Di recente, un suo bellissimo dipinto nella copertina della rivista Arbiter e “Never Let Your Brain Sit”, l’installazione donata al comune di Santa Margherita Ligure: una panchina rosa, bianca e blu attraversata da un albero. “Quella panchina nasce per dimostrare che la natura si può ribellare: in una panchina su cui ci rilassiamo, leggiamo il giornale, ci baciamo, irrompe un albero. Vuole essere un monito per trovare una convivenza sostenibile”.

Ho conosciuto Bragatt mentre facevo un ordine per i miei negozi in un’azienda di streetwear (Progetto 27) dove Bragatt è consulente creativo. Inizialmente sulle stampe delle t-shirt reinterpretava, e in parte dissacrava, alcuni personaggi storici italiani famosi in tutto il mondo: Dante Alighieri, Garibaldi, Leonardo da Vinci, Giuseppe Verdi. Così i geni diventavano moda e la moda diventava arte. 

La sinergia creata tra l’artista e il fashion brand ha fatto sì, che i capi venissero indossati anche da personaggi dello spettacolo.

Il nostro incontro più recente avviene a Firenze, in un bar. Mi saluta con un gran sorriso e inizia con questa frase la nostra intervista, “Grazie Cristiano per essere qua, vedi ogni storia è un cammino in cui l’emozione più bella è negli inizi, iniziamo questo piccolo viaggio insieme in maniera solare”. Mi colpisce la sua frase, e mi colpisce la storia della sua carriera: un percorso, fatto di scelte, incontri, scontri e fortune, partendo dalla provincia di Milano. Bragatt comincia la sua carriera esibendosi in spettacoli comici in locali di provincia, ma capisce presto che preferisce le arti grafiche, un metodo veloce e diretto per arrivare alle persone.

Mentre parliamo poggia sul tavolo la tazza di caffè, sorride e dice “L’arte salva chi la fa”. E mi spiega, che il bello di fare arte è proprio partire dalle sconfitte e risalire la china.

Un suo sogno? Esporre al Moma di New York. 

Ma quale opera esporrebbe? “Un’idea che riguarda la capacità di sognare, semplice e densa di significato allo stesso tempo: un cassetto gigante, vicino a un piccolo comodino. Realizzato, ovviamente, in marmo di Carrara!

Sappiamo ancora concederci il tempo per vedere i sogni che stanno nel nostro cassetto, o il cassetto è solo un posto per riporre ciò che non usiamo?”, aggiunge Bragatt.

Basquiat, Keith Haring, Pollock, Schifano, Guido Cagnacci, Gino de Dominicis, Domenico Gnoli, Jeff Koons, Damien Hirst, Julian Schnabel, Francesco Vezzoli, sono le fonti dalle quali Filippo Bragatt trae ispirazione e stimoli per esprimere il suo genio creativo. “Mi incuriosiscono e mi interessano le loro vite, ancor prima delle loro opere. Vite che si incrociano con città, metropoli, epoche e periodi storici completamente diversi”, spiega.

E mi racconta di Mario Schifano, uno dei più importanti artisti italiani della scena nazionale e internazionale degli anni Sessanta. Un Andy Warhol tutto italiano, dal carattere eccentrico e poliedrico, amante della bella vita e innamorato della sua Roma. “Con i soldi della sua prima mostra compra una MG bianca, e la guida senza patente, distruggendola contro un palo poco dopo”, riferisce accennando un sorriso. 

Il tempo vola, e quando si avvicina il momento del saluto Bragatt conclude con un messaggio: “L’arte è rappresentazione della vita, allora è proprio da essa che si deve partire”.

Cristiano Gassani

RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

MODA E DESIGN SOSTENIBILI: DA AVANZI DI LAVORAZIONE A BORSE ECOFRIENDLY

MODA E DESIGN SOSTENIBILI: DA AVANZI DI LAVORAZIONE A BORSE ECOFRIENDLY

Ilaria Venturini Fendi, la più giovane delle figlie di Anna Fendi, è stata a lungo Shoe Designer Fendi oltre che Direttore Creativo Accessori Fendissime.  Alcuni anni dopo la vendita dell’azienda di famiglia a un gruppo francese, lascia la società per dedicarsi all’agricoltura biologica. Traendo ispirazione dalla sua nuova vita legata alla terra e alla difesa dell’ambiente e riscoprendo le sue radici di designer, nel 2006 crea Carmina Campus, un marchio di moda sostenibile che unisce i valori del lusso e della bellezza alla responsabilità sociale d’impresa.

Patrizia Moroso, invece, è l’art-director della Moroso S.p.a., azienda di famiglia specializzata nella produzione di divani, poltrone e complementi d’arredo. Patrizia Moroso entra operativamente nel management alla metà degli anni ottanta. Dotata di spirito creativo e innovativo, Patrizia ha una curiosità insaziabile per tutte le forme artistiche che la porta a essere in anticipo sui tempi. Disinvolta talent scout, ama lavorare con le diversità.

In occasione di Udine Design Week21, Carmina Campus e Moroso si incontrano e uniscono le due realtà produttive, differenti per ambiti e dimensioni, ma simili per approccio concettuale. Le due menti creative, Ilaria Venturini Fendi e Patrizia Moroso, condividono una visione del design in cui il valore della diversità non è solo estetico e qualitativo, ma anche culturale, concettuale e ambientale. Il punto d’incontro sono i materiali che creano un dialogo tra un oggetto d’arredo e uno da indossare: infatti le borse Carmina Campus sono realizzate con gli avanzi di lavorazione del rivestimento della poltroncina Redondo di Patricia Urquiola per Moroso.

I tessuti trapuntati con cui Moroso riveste i suoi imbottiti e le sue sedute trovano un riutilizzo anche nelle dimensioni più piccole degli avanzi di lavorazione diventando materia prima per Carmina Campus. Velluti dall’aspetto setoso e cangiante (ciclamino, bluette, verde petrolio, verde acido, grigio fumo, ma anche in colori caldi come il ruggine, il beige, l’arancio, il prugna), jersey millerighe in nuance pastello o intense tonalità di bluette e verde, e canvas color sabbia, grigio, azzurro polvere diventano minibag, tracolle rettangolari o dal fondo stondato, comode shopper a due manici, zaini multifunzione.

Ilaria Venturini Fendi ha avviato la sua personale ricerca sul recupero e riuso di materiali dismessi o di scarto dopo aver lavorato a lungo secondo le modalità tradizionali della moda, che partiva dall’idea di una collezione per poi individuare le materie prime più adatte a realizzarla. Capovolgendo il processo creativo, ormai da più di quindici anni con il suo brand si dedica alla ricerca di materiali che non sono più idonei al loro originale utilizzo ma diventano il punto di partenza per elaborare di volta in volta una nuova collezione o un nuovo progetto, spesso in collaborazione con industrie che non appartengono alla moda o al tessile. “Sono tanti i materiali che reinterpreto facendoli diventare parte di una borsa o di un oggetto di design – spiega Venturini Fendi –. Spostare l’attenzione sui tessuti prima che sull’idea può essere una limitazione e una sfida creativa per un designer, ma coglie l’importanza che le materie prime hanno nell’ottica di un sistema produttivo più circolare, in cui nel design possano convergere originalità, bellezza e sostenibilità”.

Patrizia Moroso ha una concezione del prodotto fondata non solo sull’eccellenza qualitativa ed estetica, ma anche sulla proiettabilità nel futuro. “La storia di Moroso è la storia delle relazioni con i designer, gente che il mondo sta cercando di cambiarlo positivamente, con intelligenza e con quella febbre che muove sempre gli artisti davanti alla bellezza – afferma Moroso –. Chiedo loro di immaginare un mondo, non solo un oggetto, e di metterlo in relazione con il futuro”. Un’idea di futuro in cui durevolezza e progettualità sono concetti sostenibili. “Produrli bene oggi per farli durare domani. La nostra idea di sostenibilità inizia già dal progetto con il quale trasmettiamo la necessità di trattare la materia prima in modo alternativo”, precisa l’art-director.

In questa ottica, mescolare e connettere permette di dar vita a relazioni in cui il design e la creatività sono al centro della cultura contemporanea, infatti il sogno di Patrizia Moroso è di convincere che il design sia una cosa meravigliosa e che la diversità sia la ricchezza più grande che abbiamo. Collaborare, dialogare per progetti sostenibili è il modo migliore per non disperdere questa ricchezza.

Simone Lucci

RIPRODUZIONE RISERVATA